Capire davvero la Bosnia ed Erzegovina è quasi impossibile. Articoli, libri e documentari, per quanto numerosi, non bastano: la sua storia è complessa, fatta di molti strati, e il presente resta fragile, segnato da tensioni ancora aperte. Per avvicinarsi a questa realtà serve l’esperienza diretta, come quella di due viaggiatori italiani, Luigi Cavallo e Antonio Loveccio.
Cavallo ha appena tirato fuori la moto dal garage di Mersudin Hasanović; insieme a Loveccio riprende il viaggio nei Balcani. Oggi sono diretti a Sarajevo, dopo aver visitato Srebrenica, luogo del massacro del luglio 1995, quando, pochi mesi prima della fine della guerra in Bosnia, le forze serbe uccisero più di 6.700 uomini e ragazzi musulmani, sepolti poi in fosse comuni.
All’epoca entrambi vivevano in una piccola città italiana, sull’altra sponda dell’Adriatico, mentre la guerra devastava i Balcani.
“Trent’anni fa, quando avvenne il genocidio di Srebrenica, ne rimasi profondamente colpito”, racconta Cavallo. “Nel mio paese si conduceva una vita del tutto normale e serena, mentre qui tante persone stavano morendo”.

“Nel 1996 attraversai la Croazia in moto fino a Mostar, in Bosnia ed Erzegovina. Lì i soldati mi bloccarono. Fu in quel momento che cominciai davvero a intuire cosa avesse significato la guerra nei Balcani. Quello che mi colpì più di tutto era quanto fosse vicino a noi”.
Loveccio ha ricordato di aver vissuto vicino a una base NATO, dove negli anni Novanta gli aerei decollavano giorno e notte per missioni di sicurezza e, purtroppo, per bombardamenti durante la guerra nella ex Jugoslavia. All’epoca, l’informazione era limitata ai notiziari televisivi: niente social media, nessuna fonte alternativa, solo il rombo costante dei caccia sopra le loro teste.
Avevano poco più di vent’anni e, l’anno successivo, Loveccio ha prestato servizio nell’esercito italiano. Oggi viaggiano in moto e, quando raggiungono luoghi segnati dalla storia, cercano di comprendere cosa vi è accaduto.
I due motociclisti rappresentano quella curiosità sincera e quel desiderio di comprendere che sono essenziali per costruire la riconciliazione: la spinta a cercare, ascoltare e imparare senza mai fermarsi. La riconciliazione non è un atto isolato, ma un modo di vivere: essere presenti, ascoltare, ripartire ogni volta. In Bosnia ed Erzegovina, le comunità di fede giocano un ruolo fondamentale nel mantenere viva questa possibilità. Un lavoro paziente, imperfetto, ma pieno di speranza, guidato da una convinzione chiara: solo il dialogo apre la strada.
Per approfondire l’impegno della Chiesa nella promozione della pace, del dialogo e della riconciliazione in Bosnia ed Erzegovina, a trent’anni dalla guerra, leggi “Nessuna alternativa al dialogo” cliccando qui.