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Natale a Gaza, tra paura e una speranza che riaffiora

Con la fine delle celebrazioni natalizie, i cristiani che restano a Gaza ricordano chi hanno perso e continuano a sperare nella pace.

Nelle chiese rischiarate dalle candele, i cristiani di Gaza hanno celebrato il Natale pregando per i vivi e per i morti. Una fede messa alla prova da mesi di dolore ha accompagnato una festa segnata da lutti, esodi forzati e da un senso di paura che continua a farsi sentire.

Dopo due anni consecutivi di guerra, tra loro ha ricominciato ad affacciarsi, con cautela, un fragile senso di speranza. A quasi tre mesi dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, i cristiani palestinesi — da Gaza a Betlemme — hanno potuto celebrare di nuovo il Natale anche nello spazio pubblico.

Prima della guerra tra Israele e Hamas, la comunità cristiana di Gaza contava poco più di mille persone. Dall’inizio del conflitto, circa la metà ha lasciato la Striscia in cerca di sicurezza all’estero. Secondo fonti ecclesiastiche, chi è rimasto — soprattutto cattolici e greco-ortodossi — vive da sfollato: ha perso la casa sotto i bombardamenti e continua a trovare rifugio nei complessi parrocchiali o presso familiari allargati.

Il Natale a Gaza, quest’anno, ha visto il ritorno di piccole celebrazioni pubbliche, mentre nelle vicinanze le esplosioni non si sono fermate. «C’è sicurezza e paura allo stesso tempo», dice un giovane.

Anche chiese e moschee di Gaza hanno pagato il prezzo della guerra. L’appartenenza religiosa non ha offerto alcuna protezione: gli attacchi hanno colpito anche i luoghi di culto. La chiesa greco-ortodossa di San Porfirio — una delle più antiche al mondo ancora in funzione — è stata centrata mentre civili vi avevano trovato rifugio, causando la morte di 18 persone. In totale, 23 cristiani palestinesi sono rimasti uccisi in attacchi diretti contro chiese e aree circostanti.

La chiesa cattolica della Sacra Famiglia e San Porfirio sorgono entrambe vicino a quella che viene chiamata “linea gialla”, un’area adiacente alle zone di operazioni militari israeliane all’interno della Striscia di Gaza. Lungo questa linea mobile, le esplosioni si verificano quasi ogni giorno. Il rumore delle deflagrazioni arriva fin dentro le chiese, sorprende i fedeli e alimenta un senso costante di vulnerabilità. Eppure, i parrocchiani continuano a partecipare alle funzioni: rivendicano il diritto di restare nella loro terra e si aggrappano alla preghiera e alla pazienza.

Il 24 dicembre la chiesa della Sacra Famiglia ha dato avvio alle celebrazioni del Natale secondo il calendario gregoriano, seguito nella maggior parte del mondo. Alla Messa hanno partecipato quasi 300 persone, raccolte in un clima di silenzio e raccoglimento.

Tre giorni prima, i fedeli si erano riuniti per una celebrazione eucaristica in preparazione al Natale con il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, in visita pastorale nella Striscia di Gaza.

Un arcivescovo in preghiera all'interno di una chiesa
L’arcivescovo Alexios, del Patriarcato greco‑ortodosso di Gerusalemme, guida la Divina Liturgia della Natività nella chiesa ortodossa di San Porfirio a Gaza City il 7 gennaio. (Foto di Diaa Ostaz)

«Siamo chiamati non solo a sopravvivere, ma a ricostruire la vita», ha detto ai fedeli nell’omelia del 21 dicembre.

Alla Vigilia di Natale, nel corso dell’omelia, padre Gabriel Romanelli, parroco della comunità, ha ricordato che Gesù è nato in un mondo segnato dall’ingiustizia e dall’oscurità, non dalla pace né dal benessere. Ha sottolineato che il Natale non dipende da condizioni ideali, ma da una fede radicata nella giustizia e nella riconciliazione. A chi si chiede come sia possibile celebrare il Natale in tempo di guerra, ha risposto che la pace non è solo un desiderio, ma una responsabilità morale, fondata sulla riconciliazione tra le persone e con Dio.

Padre Romanelli ha pregato anche per la pace e la giustizia in Palestina, invitando i credenti a farsi strumenti di pace nella vita quotidiana. Ha infine ricordato che la gloria resa a Dio deve andare di pari passo con un impegno autentico per la giustizia, la misericordia e la convivenza.

Il messaggio ha trovato profonda risonanza in Noza Al‑Tarazi, 63 anni, parrocchiana della comunità.

Gruppo di fedeli seduti in una chiesa ortodossa
I fedeli della chiesa di San Porfirio a Gaza City si riuniscono per celebrare la Natività il 7 gennaio. (Foto di Diaa Ostaz)

Durante la fase più intensa del conflitto, il Natale si è ridotto alle sole funzioni religiose, racconta.

«È la prima volta che celebriamo davvero, perché finalmente possiamo dire che c’è un po’ di calma», ha detto in un’intervista alla rivista ONE della CNEWA‑Pontificia Missione.

Una calma che, per Noza Al‑Tarazi, resta però inseparabile da un dolore profondo. Durante la guerra ha perso la figlia, non a causa di un bombardamento, ma per il collasso del sistema sanitario di Gaza.

«Si è ammalata e l’ho portata all’ospedale Al‑Ahli», spiega. «Non hanno potuto fare nulla per la mancanza di attrezzature e medicinali. È morta lì».

La sua storia riflette il collasso più ampio dei servizi sanitari a Gaza, dove durante la guerra gli ospedali sono stati travolti dall’emergenza, danneggiati o resi inoperativi. La carenza cronica di farmaci, carburante ed elettricità è diventata la norma.

«L’atmosfera ora è migliore rispetto a quello che abbiamo vissuto», dice. «C’è la Messa e, dopo, una piccola celebrazione. Non è come prima della guerra, ma è diverso dagli ultimi due anni».

E aggiunge «Spero che il 2026 sia un anno di pace vera per tutta la Palestina, soprattutto per Gaza. Spero nella ricostruzione, che la gente possa tornare nelle proprie case invece di vivere nelle tende. La vita è estremamente difficile».

Due bambini posano per una foto
I bambini della chiesa di San Porfirio mostrano tutto il loro spirito natalizio il 7 gennaio. (Foto di Diaa Ostaz)

Per i più giovani di Gaza, il Natale porta con sé la stessa contraddizione tra sollievo e paura. Henna Shehadeh, 14 anni, descrive una gioia fragile, instabile.

«Dopo la fine della guerra c’è un po’ di felicità», racconta alla rivista ONE. «Ma c’è anche dolore e tristezza. Quando perdi la pace, perdi anche la gioia».

Anche se il cessate il fuoco ha riportato una calma relativa, il senso di sicurezza resta precario. «Sentiamo ancora i droni, gli aerei militari e a volte i bombardamenti», dice Henna. «C’è un po’ di sicurezza, ma allo stesso tempo c’è paura».

Per bambini e ragazzi come lui, la gioia del Natale resta così offuscata dall’inquietudine.

«Cerchiamo di giocare e di stare insieme», dice. «Il mio desiderio è la pace in Palestina — a Gaza e in Cisgiordania».

Il 7 gennaio la comunità greco‑ortodossa ha celebrato la festa della Natività nella chiesa di San Porfirio secondo il calendario giuliano. Alla liturgia hanno partecipato quasi 200 fedeli, tra inni e preghiere per trovare sollievo da una sofferenza che a Gaza continua: non solo la distruzione della guerra, ma anche le piogge invernali che allagano i rifugi di fortuna.

Gruppo di fedeli seduti in una chiesa ortodossa
I parrocchiani della chiesa della Sacra Famiglia a Gaza City si riuniscono per la Messa della Vigilia di Natale. (Foto di Diaa Ostaz)

L’Arcivescovo Alexios del Patriarcato greco‑ortodosso di Gerusalemme ha invitato i fedeli a restare pazienti e saldi, ricordando che ogni prova, prima o poi, apre la strada al sollievo. Nell’omelia ha esortato l’assemblea a custodire nel cuore la pace di Gesù e a diffonderla ogni giorno con le parole e con i gesti.

Secondo responsabili ecclesiastici, negli ultimi due anni la comunità cristiana di Gaza ha pagato un prezzo altissimo. Eppure, celebrare il Natale — anche in silenzio e sotto l’ombra della paura — resta un atto di resilienza spirituale.

Diaa Ostaz, giornalista, racconta la situazione a Gaza.

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