Nonostante il conflitto in Medio Oriente, il primo viaggio apostolico all’estero di Papa Leone XIV ha toccato anche il Libano. La sua presenza ha portato un messaggio di speranza a una popolazione segnata da anni di crisi e l’ha incoraggiata a farsi promotrice di pace nella regione.
Dal 30 novembre al 2 dicembre, la gente ha riempito le strade con bandiere libanesi e vaticane, ha affollato le chiese e ha gridato «Viva il Papa!». Quei pochi giorni sono stati un vero «rinnovamento per i libanesi», ha affermato Michel Constantin, direttore dell’ufficio regionale della CNEWA-Pontificia Missione a Beirut.
In linea con il tema della visita, «Beati gli operatori di pace», il Papa ha invocato la pace negli incontri con i rappresentanti del governo, i leader religiosi e i fedeli. Ha inoltre richiamato la responsabilità della Chiesa e dello Stato nei confronti della popolazione, in particolare dei più poveri.
Gli ultimi sei anni sono stati particolarmente difficili per i libanesi. Hanno vissuto il collasso politico del Paese e una delle peggiori crisi economiche al mondo, aggravata dall’esplosione al porto di Beirut del 2020 e dal conflitto con Israele.
Secondo la Banca Mondiale, già prima delle ostilità tra Israele e Hezbollah, scoppiate nell’ottobre 2023, oltre il 70% della popolazione viveva in condizioni difficili, segnate non solo dalla mancanza di reddito, ma anche da scarsi servizi e opportunità educative .
In questo contesto, la visita di Papa Leone ha offerto «tre giorni di speranza», ha affermato il Vescovo maronita Michel Aoun di Jbeil, presidente dell’Assemblea dei Patriarchi e dei Vescovi Cattolici del Libano.
«Il Papa ha fornito un orientamento chiaro al governo, alla classe politica e anche a noi, come comunità ecclesiale», ha aggiunto.
Mons. Aoun, che ha coordinato il comitato ecclesiale per la visita, ha spiegato che Papa Leone ha esortato i rappresentanti del governo ad ascoltare, ricordando che la pace si costruisce sulla verità e sul perdono. Ha aggiunto che il pontefice ha incoraggiato anche la Chiesa locale a essere presente, compassionevole e vicina a tutti.
Il metropolita greco‑ortodosso Antonios al Soury di Zahle e Baalbek ha detto che il Papa «ha seminato gioia e compassione ovunque».
Nei suoi discorsi, Papa Leone ha parlato di riconciliazione nella società libanese, riprendendo l’invito di san Giovanni Paolo II alla «purificazione della memoria» durante la visita del 1997.
«Vi sono infatti ferite personali e collettive che chiedono lunghi anni, a volte intere generazioni per potersi rimarginare», ha detto il Papa.
«Se non si lavora […] a un avvicinamento tra chi ha subito torti e ingiustizie, difficilmente si va verso la pace», ha affermato davanti ai leader libanesi, tra cui alcuni ex capi di milizie della guerra civile.
«Siete un popolo che non soccombe, ma che, di fronte alle prove, sa sempre rinascere con coraggio», ha aggiunto.
La visita al Santuario di San Charbel, nel monastero maronita di Annaya, circa 55 chilometri a nord di Beirut, il 1° dicembre, ha attirato grande attenzione. Il Papa ha pregato davanti alla tomba del santo, molto amato in Libano e nel mondo. Circa 30.000 miracoli vengono attribuiti alla sua intercessione.

«San Charbel appartiene alla Chiesa cattolica, ma compie miracoli per credenti di tutto il Medio Oriente, di ogni religione. È un santo internazionale», ha detto padre Youssef Matta, del monastero.
Subito dopo, Papa Leone ha incontrato 2.500 tra sacerdoti, religiosi e operatori pastorali nella basilica di Nostra Signora del Libano a Harissa, a nord di Beirut. Ha ascoltato le testimonianze di persone che hanno vissuto sulla propria pelle migrazione, tratta di esseri umani, detenzione e guerra. Ha citato il Messaggio ai cittadini del Libano di Giovanni Paolo II del 1984, ricordando loro «voi siete responsabili della speranza».
Suor Joumana Sassine, arrivata dal monastero maronita di San Giuseppe a Jrabta, ha detto che i libanesi «resistono e perseverano, ma a volte, anche quando si mantiene la speranza, si ha bisogno dell’incoraggiamento che una visita del Papa sa dare».
Najwa e Robert Al Khoury, impegnati nella pastorale familiare e matrimoniale, hanno spiegato di essere venuti in basilica per pregare per la pace in Libano. La pace, hanno detto, aiuterebbe sia le famiglie costrette ad abbandonare le proprie case a causa della guerra, sia quelle che faticano a causa della crisi economica.
Il Papa ha voluto manifestare la sua vicinanza ai poveri anche durante la visita all’Ospedale della Santa Croce, l’unico ospedale psichiatrico del Libano, gestito dalle Francescane della Croce.
Migliaia di persone si erano radunate nel cortile del monastero della Santa Croce per salutare Papa Leone. Tra loro c’era Greta Kassouf, arrivata da Zahle — circa 55 chilometri a est di Beirut — con i suoi tre figli, tra cui Rita, la figlia undicenne con disabilità.
«Spero che il Papa preghi per il Libano, per i nostri figli e soprattutto per mia figlia Rita», ha detto.
Nell’auditorium dell’ospedale, madre Marie Makhlouf ha ringraziato papa Leone per la visita. Ha spiegato che quel gesto mostrava al mondo che quelle persone dimenticate non sono un peso per la società, ma un vero tesoro per la Chiesa. La commozione l’ha costretta a interrompere più volte il suo intervento.
Questa struttura unica nel suo genere assiste 800 pazienti ricoverati in tre reparti e ha rischiato la chiusura durante la crisi economica.
«La nostra missione è un miracolo quotidiano», ha detto. «Come possiamo andare avanti senza sostegni e, nello stesso tempo, aprire le porte sempre più, proprio quando il mondo le chiude a chi bussa?».
«Quello che accade in questo luogo è una lezione per tutti,” ha affermato Papa Leone, “per la vostra terra e, persino, per l’intera umanità».
Michel Constantin, direttore regionale di CNEWA-Pontificia Missione a Beirut, ha spiegato che queste suore «sono l’unico punto di riferimento per i più poveri tra i poveri che vivono con disabilità fisica e mentale nel Paese».
«Il ruolo della Chiesa in Libano va ben oltre la sua missione abituale, perché il governo fa affidamento su di essa in molti settori cruciali, come la sanità e l’istruzione», ha detto. «Se la Chiesa non riuscisse più ad andare avanti, il Paese rischierebbe di sgretolarsi e il benessere della società crollerebbe drasticamente».
Per la teologa Souraya Bechealany dell’Università Saint Joseph di Beirut, Papa Leone raccoglie l’eredità di Papa Leone XIII. Fu lui, alla fine dell’Ottocento, a porre le basi della dottrina sociale della Chiesa. La studiosa ha spiegato che l’attenzione del pontefice verso chi soffre conferma il suo impegno per la giustizia, la dignità della persona e la comunione.
«Papa Leone segue davvero le orme del Concilio Vaticano II», ha detto.
Durante il viaggio di Papa Leone, è stata spesso ricordata la visita di Giovanni Paolo II del 1997. Molti leader religiosi hanno citato la sua celebre frase: «il Libano è qualcosa di più di un Paese: è un messaggio di libertà e un esempio di pluralismo per l’Oriente come per l’Occidente!».
Mons. Aoun ha spiegato che l’incontro ecumenico e interreligioso del 1° dicembre in Piazza dei Martiri, a Beirut, ha rappresentato un aggiornamento di quel messaggio. Tutti i leader cristiani e musulmani, ha detto, hanno ribadito l’unicità del Libano e la volontà di restare uniti.
Linda Ghaddar, impegnata nel dialogo islamo-cristiano, ha sottolineato che «dal 2023 la guerra ha approfondito le divisioni sociali e politiche e ha acuito le tensioni settarie, a causa delle pressioni economiche e di sicurezza».
«Oggi il dialogo interreligioso è una necessità esistenziale per garantire la stabilità nazionale», ha affermato.
Hiba Samaan, insegnante di francese alla scuola Don Bosco e Marie-Dominique delle Figlie di Maria Ausiliatrice a Hadath, ha raccontato che la visita del papa ha attenuato le tensioni tra le comunità. Ha detto di averle avvertite con forza dopo l’escalation della guerra con Israele nel 2024.
«Di solito, ogni giorno sentiamo i bombardamenti e aspettiamo con ansia il passaggio dei caccia sopra di noi, e questa visita ci ha regalato tre giorni di serenità», ha raccontato.
«Mi ha colpito vedere musulmani e cristiani insieme: apre il cuore e avvicina le persone», ha raccontato la signora Samaan, musulmana sciita. Ha spiegato che, anche se il Papa non è passato dalla valle della Beqa’, la visita è stata comunque un’occasione per i suoi studenti di conoscere meglio il pontefice e il suo ruolo nel mondo.
Il 2 dicembre Papa Leone ha voluto ancora una volta esprimere la sua vicinanza alle sofferenze del popolo libanese. Si è raccolto in preghiera silenziosa nel luogo dell’esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020, che causò almeno 236 morti e 7.000 feriti. Subito dopo, nelle vicinanze, ha celebrato la Messa conclusiva.
«Questa visita è stata un tocco di tenerezza da parte di un padre che si prende cura dei suoi figli feriti», ha detto Cécile Roukoz, che ha perso il fratello nell’esplosione. «Mi veniva da piangere: mi sento impotente pensando che mio fratello è morto in quelle circostanze».
Secondo Amnesty International, l’indagine nazionale sull’esplosione — politicizzata e più volte bloccata — è ripresa nel febbraio 2025.
«Anche se Papa Leone non può intervenire nelle questioni giudiziarie, la sua visita manda un messaggio fortissimo: l’inchiesta deve proseguire», ha affermato la signora Roukoz.
Prima di ripartire, Papa Leone ha nuovamente esortato i libanesi a porre fine agli attacchi e agli atti di ostilità e a scegliere la pace. Pochi minuti dopo che l’aereo papale aveva lasciato lo spazio aereo libanese, il ronzio dei droni israeliani è tornato a risuonare.