{"id":2214,"date":"2025-12-01T16:05:19","date_gmt":"2025-12-01T15:05:19","guid":{"rendered":"https:\/\/cnewa.org\/it\/?p=2214"},"modified":"2026-01-05T16:33:42","modified_gmt":"2026-01-05T15:33:42","slug":"nessuna-alternativa-al-dialogo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/cnewa.org\/it\/nessuna-alternativa-al-dialogo\/","title":{"rendered":"Nessuna alternativa al dialogo"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap\">Il Ponte Vecchio di Mostar \u00e8 stato per secoli il simbolo della citt\u00e0 pi\u00f9 grande del Cantone Erzegovina-Neretva. Attraversava la Neretva e univa i quartieri cattolici e musulmani: un segno di amicizia tra i popoli.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma nel 1992 la guerra in Bosnia ed Erzegovina lo distrusse. Era un ponte del XVI secolo, patrimonio mondiale dell\u2019UNESCO.<\/p>\n\n\n\n<p>Per quasi quattro anni, le tre principali comunit\u00e0 del Paese \u2014 i Bosniaci musulmani, i Croati cattolici e i Serbi ortodossi \u2014 si combatterono in una guerra civile, scatenata dalla dissoluzione della Jugoslavia dopo la caduta dell\u2019Unione Sovietica.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando gli Stati della ex Jugoslavia dichiararono l\u2019indipendenza, riemerse con forza l\u2019ideologia della \u201cGrande Serbia\u201d: il progetto di riunire \u201ctutti i serbi\u201d in un unico Stato, inglobando territori oltre i confini attuali della Serbia. La Repubblica di Bosnia ed Erzegovina dichiar\u00f2 l\u2019indipendenza il 5 aprile 1992. La guerra inizi\u00f2 subito dopo.<\/p>\n\n\n\n<p>Il prezzo umano fu immenso. Circa 101.000 persone persero la vita o scomparvero. Pi\u00f9 di due milioni dovettero lasciare le proprie case; solo la met\u00e0 torn\u00f2. Decine di migliaia di donne subirono violenze sessuali durante il conflitto. Il conflitto ridusse in macerie oltre 450.000 abitazioni, quasi il 40% delle case del Paese.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-16-9 wp-has-aspect-ratio\"><div class=\"wp-block-embed__wrapper\">\n<iframe loading=\"lazy\" title=\"Bosnia: No Alternative to Dialogue\" width=\"500\" height=\"281\" src=\"https:\/\/www.youtube.com\/embed\/IclZC4vFv3A?feature=oembed\" frameborder=\"0\" allow=\"accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share\" referrerpolicy=\"strict-origin-when-cross-origin\" allowfullscreen><\/iframe>\n<\/div><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>\u201cAlcuni la chiamano \u2018liberare la memoria\u2019. Sarajevo visse quattro anni di assedio durante la guerra civile in Bosnia ed Erzegovina, che culmin\u00f2 nel genocidio di Srebrenica, con almeno 8.000 vittime. Trent\u2019anni dopo, la popolazione lavora per ricostruire e ritrovare la riconciliazione\u201d.<\/em><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>La guerra, alimentata dal crollo del sistema federale, dal nazionalismo crescente e dalle dispute territoriali, port\u00f2 con s\u00e9 assedi \u2014 incluso quello durato anni contro Sarajevo, la capitale \u2014 pulizie etniche e atrocit\u00e0 di massa, culminando nel genocidio di Srebrenica.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel luglio 1995, l\u2019enclave di Srebrenica \u2014 dichiarata dalle Nazioni Unite \u2018zona sicura\u2019 \u2014 ospitava circa 25.000 bosniaci sotto la protezione dei caschi blu olandesi. Quando le forze serbe avanzarono, i peacekeeper chiesero raid aerei della NATO, ma l\u2019aiuto non arriv\u00f2 e le unit\u00e0 serbe entrarono in citt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra l\u201911 e il 15 luglio, le forze serbe separarono oltre 8.000 uomini e ragazzi musulmani dalle donne e dai bambini. Li giustiziarono e li seppellirono in fosse comuni. Gli altri furono evacuati, ma alcune donne e ragazze subirono stupri e vennero uccise. Questa strage \u00e8 l\u2019unico genocidio riconosciuto in Europa dopo la Seconda guerra mondiale.<\/p>\n\n\n\n<p>Quattro mesi dopo, il 21 novembre 1995, furono firmati a Dayton, in Ohio, l&#8217;Accordo Quadro Generale per la Pace in Bosnia ed Erzegovina. Una cerimonia ufficiale segu\u00ec a Parigi il 14 dicembre. Con quegli accordi si chiuse la guerra in Bosnia e si avvi\u00f2 una pace fragile.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi, a Poto\u010dari, a pochi chilometri da Srebrenica, il Memoriale del Genocidio si distende tra colline morbide, con file di lapidi bianche che seguono il profilo del terreno: una geografia del dolore trasformata in preghiera. Ogni luglio si seppelliscono nuove vittime identificate. Quest\u2019anno, nel trentesimo anniversario, altre sette hanno trovato riposo, portando il totale a 6.772.\u00a0<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>\u201c<em>Sul piano personale, umano, psicologico e spirituale, le persone hanno bisogno di libert\u00e0 interiore\u2026 Alcuni la chiamano liberazione della memoria, il coraggio di lasciare andare i ricordi pi\u00f9 pesanti<\/em>\u201d<\/p><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"683\" src=\"https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_025H-scaled-1-1024x683.jpg\" alt=\"Una donna in preghiera nella Cattedrale ortodossa serba della Nativit\u00e0 della Madre di Dio a Sarajevo.\" class=\"wp-image-2213\" srcset=\"https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_025H-scaled-1-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_025H-scaled-1-300x200.jpg 300w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_025H-scaled-1-768x512.jpg 768w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_025H-scaled-1-1536x1024.jpg 1536w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_025H-scaled-1-2048x1366.jpg 2048w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_025H-scaled-1-1600x1067.jpg 1600w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">La restauratrice di arte sacra Marijana Aronovi\u0107 lavora al restauro dell\u2019iconostasi nella Cattedrale ortodossa serba della Nativit\u00e0 della Madre di Dio a Sarajevo. (Foto di Anna Klochko)<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap\">Trent\u2019anni dopo il genocidio, le ferite e i traumi della guerra in Bosnia ed Erzegovina restano vivi. E non tutti i bosniaci condividono la stessa memoria del conflitto, anche se cercano la riconciliazione e una pace duratura.<\/p>\n\n\n\n<p>A Mostar, cattolici, ortodossi e musulmani collaborano per ricostruire la citt\u00e0. Murales colorati decorano gli edifici restaurati. Il Ponte Vecchio, ricostruito nel 2004, unisce di nuovo le due sponde: un simbolo di riconciliazione.<\/p>\n\n\n\n<p>La guerra colp\u00ec duramente i luoghi di culto di Mostar, compresa la Cattedrale ortodossa serba della Santissima Trinit\u00e0. L\u2019edificio \u00e8 ancora in piedi, ma sembra un guscio vuoto: l\u2019interno \u00e8 quasi del tutto incompiuto e le liturgie regolari non sono riprese. Il restauro, avviato nel 2011, procede a rilento, ostacolato da fondi incerti e rigide norme sul patrimonio. Furti, atti vandalici e ostacoli burocratici e politici hanno allungato i tempi.<\/p>\n\n\n\n<p>A settembre, il suono ritmico dei martelli riempiva la navata. Il responsabile del cantiere, un croato bosniaco di nome Radmilo, stava posando un mosaico di marmo sul pavimento della cattedrale. Lui e la sua squadra di croati cattolici correvano per terminare il lavoro entro Natale.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cQuando prendiamo un progetto, non importa se \u00e8 cattolico o ortodosso\u201d dice. \u201cLavoriamo insieme\u201d.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>\u201c<em>Io c\u2019ero. So com\u2019\u00e8 stato. I media e i politici continuano a giocare con i fatti<\/em>\u201d<\/p><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap\">\u00c8 l\u2019alba quando Mersudin Hasanovi\u0107 rientra dal turno di notte a uno dei valichi di frontiera con la Serbia. Lui e sua moglie, Ismeta, affittano alcune stanze al piano superiore della loro casa a Srebrenica. Saluta gli ospiti mentre Ismeta prepara la colazione in cucina. Nell\u2019aria si diffonde un forte aroma di uova e caff\u00e8; sul tavolo ci sono verdure fresche, formaggio fatto in casa, una baguette croccante e una salsa piccante di verdure.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando scoppi\u00f2 la guerra, Mersudin Hasanovi\u0107 aveva 14 anni e viveva a Ra\u00f0enovi\u0107i, un villaggio bosniaco a circa 40 chilometri da Srebrenica. Ogni mattina, dopo aver dato da mangiare al bestiame, lui e la famiglia correvano nei boschi per nascondersi e sfuggire ai bombardamenti.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cCi bombardavano pesantemente dal lato serbo\u201d, racconta. \u201cL\u2019Esercito Popolare Jugoslavo combatteva di fatto insieme ai serbi di Bosnia\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricorda bene il 7 luglio 1992, il giorno in cui si salv\u00f2 per un soffio. I soldati dall\u2019altra parte del fiume Drina \u2014 allora territorio serbo \u2014 aprirono il fuoco su di lui e su altri ragazzi bosniaci con una mitragliatrice antiaerea pesante.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"683\" src=\"https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_012H-scaled-1-1024x683.jpg\" alt=\"Una donna e due uomini seduti su una veranda conversano.\" class=\"wp-image-2212\" srcset=\"https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_012H-scaled-1-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_012H-scaled-1-300x200.jpg 300w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_012H-scaled-1-768x512.jpg 768w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_012H-scaled-1-1536x1024.jpg 1536w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_012H-scaled-1-2048x1366.jpg 2048w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_012H-scaled-1-1600x1067.jpg 1600w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Il giornalista Ivan Kljaji\u0107 parla con Amir e Sabina Zeki\u0107 nella loro casa a Sarajevo. (Foto di Anna Klochko)<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>\u201c\u00c8 una sensazione strana sentire i proiettili fischiare e colpire il terreno accanto a te mentre corri pi\u00f9 veloce che puoi\u201d racconta. L\u2019anno dopo, a marzo, fugg\u00ec da Ra\u00f0enovi\u0107i.<\/p>\n\n\n\n<p>Prima della guerra, nessuno si fissava sull\u2019identit\u00e0 religiosa. \u201cNella nostra strada, la maggior parte era musulmana, ma molti uomini sposavano donne serbe. Eravamo amici\u201d, racconta. \u201cPoi tutto cambi\u00f2\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cAll\u2019inizio alimentarono la paura e la vulnerabilit\u00e0 dei serbi, e questo fece crescere il nazionalismo. Le istituzioni si divisero. La propaganda ribalt\u00f2 la realt\u00e0\u201d, dice. \u201cAlla fine, non ci furono veri vincitori, solo pochi profittatori\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Mersudin Hasanovi\u0107 e sua moglie non accendono il telegiornale da circa quindici anni. Con i loro due figli guardano solo film e piattaforme streaming.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi descrive la vita culturale di Srebrenica come vivace. Grazie al sostegno internazionale, al tempo e al lavoro della comunit\u00e0 sul trauma, la citt\u00e0 si sta lentamente liberando dalla fama di luogo segnato solo da lutto e orrore.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cQuando sono tornato nel 2004, odiavo ancora i serbi\u201d, racconta. \u201cMio zio era stato ucciso in quella guerra. Era troppo da sopportare. Poi ho capito che quell\u2019odio mi stava distruggendo la salute. Sono credente. Credo che ognuno ricever\u00e0 ci\u00f2 che gli spetta, se non ora, pi\u00f9 tardi\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cNon puoi costruire la tua felicit\u00e0 sul dolore di qualcun altro\u201d.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>\u201c<em>Il dialogo \u00e8 lo strumento delle persone civili per cercare soluzioni<\/em>\u201d<\/p><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap\">In molte citt\u00e0, le famiglie delle vittime vivono accanto a persone ritenute responsabili di crimini di guerra. La guerra \u00e8 finita, ma la questione della giustizia resta aperta.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra coloro che lavorano per la pace c\u2019\u00e8 la comunit\u00e0 cattolica, minoranza che rappresenta circa il 15% della popolazione.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cCome cattolici, crediamo che in Bosnia ed Erzegovina \u2014 e ovunque ci siano conflitti o situazioni post-belliche \u2014 sia essenziale predicare il perdono e la riconciliazione\u201d, afferma l\u2019arcivescovo Tomo Vuk\u0161i\u0107 di Sarajevo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cMa oltre alle parole, conta ancora di pi\u00f9 la testimonianza concreta: mostrare, con esempi reali, che abbiamo perdonato chi ci ha fatto del male e che vogliamo costruire la riconciliazione tra le persone\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019arcivescovo fa parte del consiglio interreligioso nazionale insieme a leader musulmani, ortodossi, cattolici ed ebrei. Il consiglio \u00e8 nato nel 1997 per promuovere dialogo, riconciliazione e coesione sociale.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cNel complesso, le tendenze in Bosnia ed Erzegovina sono positive\u201d, dice. \u201cCrescono la collaborazione e il riavvicinamento, anche se non mancano incomprensioni.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019ho detto spesso: non esiste un\u2019alternativa moralmente accettabile al dialogo. Il dialogo \u00e8 lo strumento delle persone civili per cercare soluzioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Questo non esclude mai l\u2019applicazione delle leggi giuste \u2014 compito dello Stato e di chi ne \u00e8 responsabile. Ma sul piano personale, umano, psicologico e spirituale, le persone hanno bisogno di libert\u00e0 interiore\u201d, aggiunge. \u201cAlcuni la chiamano liberazione della memoria, il coraggio di lasciare andare i ricordi pi\u00f9 pesanti\u201d.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"683\" src=\"https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_037H-scaled-1-1024x683.jpg\" alt=\"Un uomo prende un libro con una croce sulla copertina da uno scaffale.\" class=\"wp-image-2211\" srcset=\"https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_037H-scaled-1-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_037H-scaled-1-300x200.jpg 300w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_037H-scaled-1-768x512.jpg 768w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_037H-scaled-1-1536x1024.jpg 1536w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_037H-scaled-1-2048x1366.jpg 2048w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_037H-scaled-1-1600x1067.jpg 1600w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Il cristiano ortodosso \u017deljko Maksimovi\u0107 sfoglia dei libri nella biblioteca del Centro Giovanile Giovanni Paolo II a Sarajevo. (Foto di Anna Klochko)<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap\">La riconciliazione su scala nazionale \u00e8 un processo complesso che va oltre tavoli di discussione e uffici.<\/p>\n\n\n\n<p>Sabina e Amir Zeki\u0107 vivono in un quartiere di case indipendenti a Sarajevo, la capitale, sul versante meridionale del Monte \u017du\u010d, a circa 13 chilometri dal centro.<\/p>\n\n\n\n<p>La collina che domina la citt\u00e0 fu un punto strategico durante la guerra e teatro di una battaglia: l\u20198 giugno 1992 l\u2019esercito della neonata Repubblica di Bosnia ed Erzegovina respinse le forze serbe di Bosnia.<\/p>\n\n\n\n<p>Durante la guerra, la famiglia Zeki\u0107 rimase a Sarajevo, sopportando quasi quattro anni di assedio. Oggi Sabina e Amir affittano stanze della loro casa ai viaggiatori, e inevitabilmente finiscono per raccontare la loro storia. Molti ospiti si fermano davanti alla casa accanto, segnata dalle schegge.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cQui cadde una granata\u201d, spiega Sabina. \u201cMio suocero fu ucciso. La sorella di mio marito rimase ferita. Tutto era distrutto e bruciato, ma abbiamo ricostruito\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Sabina, infermiera in ospedale durante il conflitto, vide morte, paura e disperazione che ancora fatica a raccontare. Un rapporto del Tribunale penale internazionale per l\u2019ex Jugoslavia parla di oltre 9.500 vittime dell\u2019assedio, mentre altre fonti indicano cifre pi\u00f9 alte, tra cui pi\u00f9 di 1.000 bambini.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cDurante i bombardamenti ci rifugiavamo con i nostri vicini serbi\u201d, ricorda Sabina Zeki\u0107. \u201cPoi, all\u2019improvviso, il loro figlio pass\u00f2 \u2018dall\u2019altra parte\u2019. Pi\u00f9 tardi tutta la famiglia emigr\u00f2 negli Stati Uniti e non torn\u00f2 pi\u00f9. Lui fu dichiarato criminale di guerra. Dicevano che aveva partecipato alle uccisioni\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Sabina ha sempre lavorato con persone di altre fedi, anche durante l\u2019assedio.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cDove la politica non interferiva, i rapporti restavano normali\u201d, dice. \u201cNon capivamo perch\u00e9 servisse questa guerra. La gente comune non l\u2019ha iniziata. \u00c8 stata la politica. E quando i politici hanno deciso di fermarsi, la guerra \u00e8 finita.<\/p>\n\n\n\n<p>Ora viviamo in pace, ma basta accendere la TV e la divisione ricomincia. Canali diversi raccontano versioni opposte\u201d, continua. \u201cIo c\u2019ero. So com\u2019\u00e8 stato. I media e i politici continuano a giocare con i fatti\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Amir annuisce.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cHo perso mio padre e tre sorelle\u201d, dice. \u201cLa famiglia si \u00e8 dispersa. Noi siamo rimasti. Ora ho mia moglie, i miei figli e una pace fragile. Questo \u00e8 ci\u00f2 che conta\u201d.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"683\" src=\"https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_241H-scaled-1-1024x683.jpg\" alt=\"Un uomo di spalle mentre osserva il Memoriale del Genocidio di Srebrenica a Poto\u010dari.\" class=\"wp-image-2210\" srcset=\"https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_241H-scaled-1-1024x683.jpg 1024w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_241H-scaled-1-300x200.jpg 300w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_241H-scaled-1-768x512.jpg 768w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_241H-scaled-1-1536x1024.jpg 1536w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_241H-scaled-1-2048x1366.jpg 2048w, https:\/\/cnewa.org\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/7\/2026\/01\/klochko202509_241H-scaled-1-1600x1067.jpg 1600w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Il Memoriale del Genocidio di Srebrenica a Poto\u010dari, in Bosnia ed Erzegovina, ricorda gli 8.000 uomini e ragazzi musulmani uccisi e poi sepolti in fosse comuni dalle forze serbe nel 1995. (Foto di Anna Klochko)<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap\">In un Paese dove la religione \u00e8 stata legata a conflitti e atrocit\u00e0, la separazione tra Stato e religione come base per la convivenza pacifica gode di ampio consenso. Secondo un sondaggio dell\u2019<em>International<\/em> <em>Republican<\/em> <em>Institute<\/em> del 2017, il 79% dei bosniaci musulmani, il 78% dei croati cattolici e il 79% dei serbi di Bosnia preferisce uno Stato laico.<\/p>\n\n\n\n<p>Tuttavia, un\u2019indagine USAID sui giovani, cinque anni dopo, ha rilevato che il 42% dei giovani bosniaci ripone la maggiore fiducia nelle istituzioni religiose rispetto ad altre, pur restando critico verso le istituzioni in generale.<\/p>\n\n\n\n<p>Le comunit\u00e0 religiose restano vitali nella societ\u00e0 bosniaca. Proprio all\u2019incrocio tra la dimensione laica e quella religiosa nasce la fiducia.<\/p>\n\n\n\n<p>Il Centro Giovanile Giovanni Paolo II dell\u2019Arcidiocesi di Sarajevo forma giovani adulti al dialogo interreligioso e alla riconciliazione dal 2007. Padre \u0160imo Mar\u0161i\u0107 lo ha pensato come \u201cun luogo dove i giovani possano incontrarsi, imparare e costruire insieme il futuro, indipendentemente dalla confessione\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Il centro accoglie giovani di tutte le fedi e organizza iniziative ecumeniche e interreligiose: progetti di volontariato, corsi di formazione, eventi sportivi e gite. Papa Francesco ha visitato l\u2019edificio di otto piani nel 2015, benedicendolo come spazio di dialogo e speranza.<\/p>\n\n\n\n<p>Il programma di punta, \u2018Facciamo un passo avanti insieme\u2019, \u00e8 tra le iniziative interreligiose pi\u00f9 riuscite della regione. Il centro sta ampliando la sua presenza tra i giovani anche sui social e altre piattaforme digitali.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cOrganizziamo conferenze per la pace, una corsa per la pace e sosteniamo progetti locali dove giovani di religioni diverse giocano nella stessa squadra. Questo crea fiducia\u201d, spiega Padre Mar\u0161i\u0107, che insegna anche alla Facolt\u00e0 di Teologia Cattolica dell\u2019Universit\u00e0 di Sarajevo.<\/p>\n\n\n\n<p>Alla corsa di quest\u2019anno hanno partecipato circa 200 adolescenti. Padre Mar\u0161i\u0107 ha esaminato i risultati con \u017deljko Maksimovi\u0107, coordinatore del progetto e membro della comunit\u00e0 ortodossa.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIl nostro centro ortodosso collabora con il Centro Giovanni Paolo II\u201d, dice Maksimovi\u0107. \u201cLe attivit\u00e0 che uniscono e aprono al dialogo sono quelle pi\u00f9 attese: sport condivisi, momenti di formazione, scambi. L\u2019importante \u00e8 fare qualcosa insieme\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Le attivit\u00e0 si organizzano attraverso le scuole e hanno forte sostegno dei genitori. Ogni anno il centro pubblica \u201cPiccoli passi\u201d, una raccolta di iniziative riuscite.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cLa cosa pi\u00f9 importante \u00e8 l\u2019incontro\u201d, dice Maksimovi\u0107. \u201cIn eventi come questo, i ragazzi si conoscono, parlano e superano confini invisibili. Il dialogo \u00e8 la chiave. I grandi passi iniziano da quelli piccoli\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Nonostante l\u2019ottimismo pubblico, nelle conversazioni private \u2014 attorno ai tavoli di cucina, nei mercati, tra amici \u2014 riaffiora sempre la stessa ansia: la paura di un ciclo di vendetta da una parte o dall\u2019altra. La propaganda alimenta il desiderio e il timore di ritorsioni.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201c\u00c8 difficile capire quanto il desiderio di vendetta viva in certe persone\u201d, dice l\u2019arcivescovo Vuk\u0161i\u0107. \u201cCome il perdono, \u00e8 legato alle storie personali\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cQuando parliamo di perdono, non chiediamo di sospendere le leggi giuste o di lasciare impunito il male. Perdono e riconciliazione liberano la coscienza e l\u2019anima: sono una tensione verso il bene\u201d spiega, sottolineando distinzioni essenziali nel lungo processo di pace.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cLa giustizia appartiene ai tribunali, alla polizia, alla legge. La riconciliazione \u00e8 sempre liberazione del cuore\u201d.<\/p>\n\n\n<div class=\"cnewa-connections\">\n  <div class=\"cnewa-connections-heading\">\n    <h2>L\u2019impegno di CNEWA<\/h2>\n  <\/div>\n  <div class=\"cnewa-connections-content\" style=\"background:#6B4D5E;color:#ffffff\">\n    <p>Trent\u2019anni dopo la guerra in Bosnia, il lavoro per la pace e la riconciliazione continua. I vicini collaborano per ricostruire la fiducia. I leader religiosi operano nei consigli locali. Ogni 11 luglio, le Nazioni Unite commemorano la Giornata internazionale di riflessione e ricordo del genocidio del 1995 a Srebrenica. Il lavoro per la giustizia, la pace e la riconciliazione attraverso il dialogo con \u201cl\u2019altro\u201d, sia nell\u2019Europa orientale, sia nel Corno d\u2019Africa o in Medio Oriente, resta una parte fondamentale della missione di CNEWA-Pontificia Missione.<\/p>\n<p style=\"font-weight: 400;\">Per sostenere il lavoro di CNEWA per la pace e il dialogo, visita la nostra pagina dedicata alle donazioni e al sostegno regolare: <a href=\"https:\/\/cnewa.org\/it\/donare\/\">Dona ora | CNEWA Italia<\/a>.<\/p>\n  <\/div>\n<\/div>\n\n\n<p><em><em>Il seguente articolo \u00e8 stato tradotto dalla rivista ONE Magazine, lo puoi trovare in versione originale cliccando <a href=\"https:\/\/cnewa.org\/magazine\/no-alternative-to-dialogue\/\">qui<\/a>.<\/em><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>ONE Magazine \u00e8 la rivista ufficiale della Catholic Near East Welfare Association (CNEWA), pubblicata regolarmente dal 1974. 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