CNEWA Italia

Dalla crisi alla missione

La nascita di CNEWA in un mondo spezzato.

Nota della redazione: ONE Magazine è la rivista ufficiale della Catholic Near East Welfare Association (CNEWA), pubblicata regolarmente dal 1974 e attualmente disponibile in inglese e spagnolo. Questo articolo inaugura una serie speciale di quattro contributi dedicati al centenario di CNEWA, un percorso che ripercorre le origini di CNEWA a partire dalle conseguenze della Prima guerra mondiale in Europa e Medio Oriente e dalla nascita dell’agenzia, fino a confluire in un volume commemorativo dal titolo “Un secolo di salvezza e speranza”, in uscita nel 2027.

Da un secolo la Catholic Near East Welfare Association (Associazione cattolica per il benessere del Vicino Oriente) intreccia relazioni che superano confini e distanze, unendo persone di culture, storie e fedi diverse. In questo cammino, tiene insieme generazioni lontane nel tempo, accomunate dal segno della fede e da una stessa speranza.

Unita negli intenti, la comunità di CNEWA promuove il bene comune attraverso uomini e donne delle Chiese orientali: sacerdoti, religiosi e laici. Fin dalla loro fondazione apostolica, queste comunità di fede hanno costituito l’ossatura e la linfa vitale per innumerevoli persone che, in Medio Oriente, Nord-Est dell’Africa, India ed Europa orientale, cercano salvezza e speranza con il cuore e la mente aperti.

Questa comunione ha inciso profondamente sulla vita delle popolazioni servite dalle Chiese orientali, camminando al loro fianco nei tempi difficili come in quelli sereni; pregando con loro quando erano sotto attacco; consolandole nel dolore; nutrendole nella fame; medicandole quando sanguinavano; offrendo rifugio quando avevano perso tutto; gioendo con loro nei rari momenti di felicità.

Animata dalla fede, dalla visione e dallo scopo, la missione di CNEWA vive grazie alla generosità orante di generazioni di amici e benefattori che, per cent’anni, hanno risposto senza esitazione alla domanda rivolta da Gesù: «Chi è il mio prossimo?».

Gli anni delle origini: CNEWA nasce e rinasce, 1917-1941

La storia di CNEWA inizia con il crollo degli imperi austro-ungarico, zarista russo e ottomano, provocato dalla Prima guerra mondiale. Gran parte dell’Asia sud-occidentale, allora chiamata “Vicino Oriente”, e dell’Europa centrale e orientale vive il caos economico, umanitario e sociopolitico che segue il conflitto.

Oltre un milione di greci etnici — espulsi da comunità dell’Asia Minore fondate dai loro antenati più di duemila anni prima — cercò rifugio a Istanbul. Gli armeni e gli assiro-caldei sopravvissuti alle marce della morte seguite alla loro espulsione nel 1915 trovarono scampo in quella che oggi è Siria, Libano e Palestina. Rivoluzione, guerra civile e carestia spinsero milioni di persone dalle terre devastate dell’ex impero zarista verso città come Berlino, Istanbul, Parigi e Praga.

All’epoca si trattò della più grande migrazione forzata violenta mai conosciuta. Questo sconvolgimento colpì profondamente la comunità cattolica mondiale, spingendo i suoi leader e fedeli a reagire. Essi sostennero le iniziative umanitarie e pastorali promosse da Papa Benedetto XV (1914-1922) e da Papa Pio XI (1922-1939), come la Missione pontificia di soccorso in Russia. Tra i principali sostenitori di queste iniziative vi furono cattolici statunitensi, tra cui il fondatore dei Frati Francescani dell’Atonement, padre Paul Wattson, instancabile promotore dell’unità della Chiesa.

Rispondendo agli appelli del Papa, padre Paul incoraggiò i suoi sostenitori — soprattutto attraverso le pagine della rivista mensile The Lamp — a finanziare il vescovo greco-cattolico George Calavassy e il cappellano militare britannico Mons. Richard Barry-Doyle. Insieme operarono tra le decine di migliaia di profughi armeni, assiro-caldei, greci e russi che affluivano a Istanbul, crocevia tra Asia ed Europa.

Molte persone in fila in un porto in attesa di imbarcarsi su una nave.
La fuga dei greci durante la guerra greco-turca, 1919-1922 (Foto di Getty Images).

Nel dicembre 1924, padre Paul, Mons. Barry-Doyle e un gruppo di influenti laici cattolici statunitensi fondarono a Filadelfia la “Catholic Near East Welfare Association” per sostenere l’opera del vescovo Calavassy a favore dei cristiani sfollati del “Vicino Oriente”. Mons. Barry-Doyle, soprannominato il “Crociato dei bambini”, percorse il Paese infiammando le sale da concerto — compresa la Carnegie Hall di Manhattan — con il suo “Appello dell’Oriente”, sensibilizzando l’opinione pubblica e raccogliendo fondi, in particolare per i bambini rimasti orfani.

La sua attività si affiancò a quella del benedettino tedesco Agostino von Galen, appartenente a una nobile famiglia, inviato in Nord America nel 1924 dalla Congregazione per la Chiesa Orientale per promuovere l’Unione cattolica, impegnata nel riavvicinamento tra Chiesa cattolica e Chiese ortodosse, fortemente sostenuto da Benedetto XV e Pio XI.

Soccorso e unità non erano obiettivi in contrasto. L’11 marzo 1926, su sollecitazione dell’episcopato statunitense — preoccupato dall’afflusso di ecclesiastici stranieri in cerca di fondi — Pio XI unificò le due organizzazioni in un’unica agenzia pontificia, mantenendo il nome Catholic Near East Welfare Association e nominando come primo presidente il gesuita padre Edmund A. Walsh, già responsabile degli interventi di soccorso in Russia per conto degli Stati Uniti e della Santa Sede. Nel settembre dello stesso anno i vescovi statunitensi riconobbero formalmente la CNEWA come «l’unico organismo autorizzato a raccogliere fondi per gli interessi cattolici in quelle regioni», raccomandandolo a tutti i cattolici degli Stati Uniti.

Alcune barche in mare
Entro la fine della guerra greco-turca del 1922, migliaia di greci etnici fuggirono dalla Turchia. La loro tragedia portò alla nascita dell’organizzazione che nel 1926 divenne la CNEWA. (Foto di Photo12/UIG/Getty Images).

Padre Walsh si mise rapidamente all’opera, lanciando il “Fondo del milione di dollari”, basato su donazioni di un dollaro da parte di un milione di donne cattoliche statunitensi, obiettivo raggiunto in poco più di un anno. I fondi sostennero il lavoro del vescovo Calavassy, trasferitosi da Istanbul ad Atene, e finanziarono scuole, orfanotrofi e ospedali in Libano, Palestina e Siria. Furono inoltre avviati programmi per i profughi russi in Belgio e Polonia e sostenute le attività della Congregazione per la Chiesa Orientale, dell’Istituto Orientale e del Collegio Russo a Roma.

Rinforzato dai successi nella raccolta fondi e nella gestione dei programmi, padre Edmund A. Walsh immaginò per la CNEWA un ruolo ambizioso: diventare l’agenzia centrale di soccorso umanitario della Santa Sede, ben oltre quanto il Papa aveva previsto inizialmente. Tuttavia, queste ambizioni crollarono con il crollo della borsa di New York dell’ottobre 1929 e con l’inizio della Grande Depressione.

Nel maggio 1931, esauriti i fondi disponibili negli Stati Uniti, la Santa Sede avviò una nuova riorganizzazione della Catholic Near East Welfare Association. L’arcivescovo di New York fu nominato presidente, direttore e tesoriere ex officio, con l’incarico di designare un responsabile esecutivo tra il clero diocesano. Le attività di raccolta fondi furono ridotte e limitate a una quota della colletta annuale della Giornata Missionaria Mondiale. I programmi si concentrarono così sui “fini e le necessità spirituali” delle comunità seguite dalla Congregazione per la Chiesa Orientale e dalla Commissione Pontificia per la Russia.

Con la riorganizzazione del 1931, i protagonisti delle prime fasi della CNEWA lasciarono progressivamente il campo, tra cui i padri Edmund A. Walsh e Paul Wattson. Il cardinale Patrick Hayes affidò allora la guida dell’ente a mons. James B. O’Reilly. In un contesto segnato da risorse più limitate, il sacerdote newyorkese condusse la CNEWA attraverso gli anni della Grande Depressione. Il suo impegno si concentrò nel mantenere viva l’attenzione dei cattolici statunitensi sulle Chiese orientali, attraverso annunci sulla stampa cattolica e conferenze annuali alla Fordham University. Sostenne inoltre la formazione del clero orientale, promuovendo un programma di sponsorizzazione per i seminaristi.

Ritratto di un uomo.
Mons. Richard Barry-Doyle raccolse ingenti fondi per la CNEWA. (Foto degli Archivi CNEWA)

Il mondo esplode: CNEWA mobilita la solidarietà cattolica globale, 1941-1966

Nel 1941 l’arcivescovo di New York Francis Joseph Spellman nominò Mons. O’Reilly parroco della “Actor’s Chapel”, la chiesa di St. Malachy a Manhattan. Alla guida di CNEWA pose invece un sacerdote e assistente sociale, Mons. Bryan McEntegart, incaricandolo di dirigere l’associazione come segretario nazionale.

Originario di Brooklyn e noto difensore dei diritti dell’infanzia, mons. McEntegart aveva alle spalle una lunga esperienza nel campo dell’assistenza sociale. Aveva collaborato con le amministrazioni Hoover e Roosevelt come membro del Comitato della Casa Bianca per il benessere dell’infanzia e aveva poi diretto la Child Welfare League of America. Ordinario della diocesi di Brooklyn con il titolo personale di arcivescovo dal 1957 al 1968, portò questo profilo anche nella sua breve esperienza alla CNEWA. Nel 1943 fu infatti nominato vescovo di Ogdensburg, nello Stato di New York, assumendo al contempo l’incarico di primo direttore esecutivo dei War Relief Services, l’agenzia dei vescovi cattolici statunitensi per l’assistenza ai rifugiati, oggi conosciuta come Catholic Relief Services.

Al di là della brevità del suo incarico, Mons. McEntegart lasciò un segno decisivo nella storia di CNEWA assicurando all’agenzia la collaborazione di Mons. Thomas J. McMahon, che sarebbe poi diventato il suo naturale successore.

Un collage di fotografie d’epoca di CNEWA.
Una pagina di “The Papal Annual”, pubblicato da CNEWA nel 1927, illustra il sostegno dell’agenzia alle opere ad Atene del Vescovo George Calavassy, il cui ministero a favore dei più emarginati contribuì alla nascita di CNEWA. (Foto degli Archivi CNEWA)

Con la Seconda guerra mondiale ormai agli sgoccioli in Europa, la CNEWA, sotto la guida di Mons. McMahon, continuò il suo lavoro di sensibilizzazione e informazione. Nel 1948, il Cardinale Eugene Tisserant, leggendario prefetto della Congregazione per la Chiesa Orientale, lo inviò in Medio Oriente per una missione conoscitiva per conto della Santa Sede. La spartizione della Palestina e la nascita dello Stato di Israele avevano infatti provocato una violenta reazione nel mondo arabo, dando origine a un conflitto destinato a durare decenni. Un conflitto che avrebbe devastato comunità e famiglie e costretto milioni di persone alla fuga.

«Ogni giorno di quei quattro mesi tra i profughi palestinesi fu colmo di pensieri dolorosi e di visioni ancor più strazianti», scrisse dopo che la guerra gettò la Palestina nel caos.

«Dal giorno in cui arrivammo a Haifa e iniziammo i nostri spostamenti tra fango e neve in Israele, Palestina araba, Transgiordania, Siria, Libano ed Egitto, il nostro cammino fu accompagnato dalle lacrime […]».

«Migliaia di bambini rifugiati trovano rifugio nelle nostre scuole e nei nostri orfanotrofi. Un giorno ci trovammo tra quattrocento di loro. Tutti avevano camminato per chilometri. Negli occhi di un bambino di cinque anni si leggeva ancora il terrore […]».

«Sapevamo che una pioggia battente avrebbe significato la morte per i più piccoli o l’inizio di un’epidemia per tutti. Alcuni neonati venivano deposti sulla soglia di un convento o di un brefotrofio, e la madre Chiesa ripeteva la sua storia secolare di cura tenera e amorevole. … Ovunque, la presenza della Chiesa era evidente […]».

«È una lezione per il mondo intero: la Palestina è un microcosmo, un crocevia globale, la capitale di tre religioni. Proprio questi diritti rendono imprescindibile che quella terra non possa mai essere esclusiva e che nessuna soluzione possa dirsi duratura se finisce per oscurare tali diritti originari».

Persone lavorano in un ufficio postale
Padre Edmund A. Walsh, gesuita e primo presidente di CNEWA, nei suoi uffici di New York mentre esamina la corrispondenza, simbolo dell’impegno che caratterizzò la sua azione alla guida dell’organizzazione. (Foto degli Archivi CNEWA)

«Durante quei mesi, tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949», conclude in seguito Mons. Thomas J. McMahon, «mentre aiutavo i vescovi e un migliaio di sacerdoti e religiose nell’opera di soccorso in Medio Oriente, vidi con chiarezza la necessità di una speciale Missione Pontificia per la Palestina, capace di coordinare gli sforzi di tutto il mondo cattolico. … Questa era anche l’idea del Santo Padre e di chi gli stava accanto».

Tra coloro che affiancavano il Papa vi era Mons. Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, che durante la Seconda guerra mondiale aveva organizzato e diretto gli interventi di soccorso ai profughi promossi da Papa Pio XII. Nel corso di una riunione svoltasi nel novembre 1948, durante la quale si discusse l’istituzione di una missione pontificia per la Palestina, Mons. Montini annotò a margine il nome di Mons. McMahon come candidato alla guida della nuova agenzia.

Quando Mons. McMahon fece ritorno in Terra Santa nella primavera del 1949, lo fece non solo in qualità di segretario nazionale di CNEWA, ma anche come presidente della Pontificia Missione per la Palestina, incarico conferitogli direttamente dal Papa. La Santa Sede aveva infatti affidato alla CNEWA l’amministrazione e la direzione della nuova missione.

«È stato deciso — scriveva il cardinale Tisserant in una direttiva datata 18 giugno 1948 — di riunire sotto la Pontificia Missione, operante in Terra Santa, tutte quelle organizzazioni e associazioni impegnate in attività a favore dell’Oriente, oggi disperse in numerosi Paesi d’Europa e di altri continenti».

Subito Mons. McMahon istituì sette comitati locali nelle aree in cui avevano trovato rifugio oltre 700.000 palestinesi arabi: Cisgiordania, Egitto, Libano, Siria, Giordania, Israele e Gaza. I comitati riunivano delegati pontifici, vescovi, sacerdoti, laici e responsabili delle organizzazioni cattoliche di assistenza sociale. A Beirut — allora facilmente accessibile dall’Occidente e dai profughi colpiti dalla violenza — egli stabilì il centro operativo sul campo della nuova Pontificia Missione per la Palestina. Insieme ai volontari locali e ai colleghi di CNEWA a New York, Mons. McMahon iniziò così a coordinare l’azione di organizzazioni internazionali e nazionali al servizio di circa tre quarti di milione di rifugiati, oltre la metà dei quali aveva meno di quindici anni.

Due sacerdoti camminano circondati da persone e bambini
Gaza, gennaio 1951. Bambini profughi attorno a mons. Thomas J. McMahon, primo responsabile della Pontificia Missione per la Palestina, durante una visita nei campi rifugiati. (Foto degli Archivi CNEWA)

Tra i partner impegnati nelle operazioni di soccorso figuravano il fondo per gli aiuti d’emergenza dei vescovi cattolici statunitensi, la National Catholic Welfare Conference, il National Council of Catholic Women e il Catholic Medical Mission Board. Collaboravano inoltre l’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme e la Società di San Vincenzo de’ Paoli. Alle attività della Pontificia Missione per la Palestina si unirono anche numerose comunità religiose maschili e femminili presenti nella regione, in particolare i frati della Custodia francescana di Terra Santa. La CNEWA–Pontificia Missione per la Palestina sviluppò infine una solida collaborazione operativa con l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei profughi palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), istituita nel dicembre 1949.

«Sul campo, Mons. McMahon aveva il compito di distribuire beni e servizi a una popolazione di profughi stremata», scrive Peg Maron, membro della redazione di questa rivista, nel numero di luglio‑agosto 2001. «Si distinse per la sua capacità di coordinare le risorse necessarie alla costruzione di abitazioni, scuole, ambulatori e chiese destinate ai rifugiati. Fu inoltre in costante contatto con il Comitato speciale delle Nazioni Unite per la Palestina e con due segretari generali dell’ONU: Trygve Lie e Dag Hammarskjöld».

Manuel Abu Issa, responsabile delle operazioni sul campo della Pontificia Missione per la Palestina a Gerusalemme, ricordava le visite quotidiane nei campi profughi allestiti dalle Nazioni Unite. «Andavamo ogni giorno sul terreno, nei campi dei rifugiati», raccontava. «Distribuivamo grano, riso, orzo e talvolta zucchero. Eravamo sempre sul campo», aggiungeva, «e costantemente sollecitati a fare di più».

Dieci anni dopo l’inizio del conflitto arabo‑israeliano, il successore di Mons. McMahon, Mons. Peter P. Tuohy, riferì che nell’arco di nove anni la Pontificia Missione per la Palestina aveva stanziato oltre 34 milioni di dollari in aiuti sotto forma di cibo, vestiario, medicinali e servizi. In particolare, l’organizzazione distribuì più di 8.000 tonnellate di generi alimentari, 6.000 tonnellate di indumenti e 55 tonnellate di forniture mediche da 273 centri, raggiungendo una stima di 425.000 profughi — quasi la metà dell’intera popolazione rifugiata. Nello stesso periodo, diede alloggio a circa 20.000 persone e garantì l’istruzione a oltre 34.000 bambini in 343 scuole.

«Il vostro nome», scriveva il cardinale Tisserant a Mons. McMahon in occasione del suo pensionamento, nel marzo 1955, «è ricordato con gratitudine da migliaia di profughi palestinesi, che senza il vostro intervento tempestivo ed efficace sarebbero andati perduti». Il sacerdote, provato da anni di intenso impegno, morì il 6 dicembre 1956 all’età di 47 anni.

Un decennio più tardi, in assenza di qualsiasi prospettiva di risoluzione in Terra Santa, la dirigenza di CNEWA avviò una transizione nelle attività operative della Pontificia Missione per la Palestina in tutto il Medio Oriente, passando dagli interventi di emergenza e di risposta alle crisi a iniziative più sostenibili e di lungo periodo.

Ciononostante, l’impegno proseguì. Nel novembre 1955, Mons. Tuohy dichiarava che «fino a quando le risoluzioni delle Nazioni Unite non saranno attuate, la Chiesa continuerà il suo aiuto ai rifugiati a livello mondiale. … Continueremo questa assistenza umanitaria finché giustizia e carità non saranno garantite a ogni singolo profugo palestinese».

«Se vuoi aiutare un uomo», scriveva Carol Hunnybun, veterana con vent’anni di servizio presso la Pontificia Missione tra Beirut e Gerusalemme, «non gli compri delle mele: lo aiuti a piantare un melo».

Leggi il prossimo episodio nel numero di giugno.

Il seguente articolo è stato tradotto dalla rivista ONE Magazine, lo puoi trovare in versione originale cliccando qui.

Michael J. La Civita è il Direttore delle Comunicazioni e del Marketing della CNEWA.

Post recenti

Scopri chi siamo e resta aggiornato sull'impatto del tuo supporto.

Nous constatons que votre préférence linguistique est le français.
Voudriez-vous être redirigé sur notre site de langue française?

Oui! Je veux y accéder.

Hemos notado que su idioma preferido es español. ¿Le gustaría ver la página de Asociación Católica para el Bienestar del Cercano Oriente en español?

Vee página en español

Condividi