Dalle periferie meridionali di Beirut decine di migliaia di residenti sono in fuga da quando, il 5 marzo, l’esercito israeliano ha ordinato l’evacuazione, segnando una nuova e drammatica fase della guerra in Libano. Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha avvertito che quelle aree presto potrebbero ridursi «come Khan Younis», la città della Striscia di Gaza devastata dalla guerra.
Le aree interessate dall’ordine di evacuazione ospitano oltre 700.000 persone.
Il provvedimento ha scatenato scene di panico e ingorghi stradali senza precedenti a Beirut, la capitale del Libano, mentre la popolazione cercava rifugio in zone solitamente risparmiate dai bombardamenti. È stata la terza ondata di sfollamenti nell’arco di una settimana dall’avvio dell’ultima escalation della guerra in Libano.
Dal 2 marzo molte famiglie dormono in auto o su materassi stesi sui marciapiedi. Tutto è iniziato quando Hezbollah ha lanciato razzi contro Israele, in risposta al bombardamento israelo‑statunitense dell’Iran e all’uccisione, il 28 febbraio, della Guida suprema iraniana Ali Khamenei. Israele ha reagito con attacchi missilistici contro il Libano meridionale, la valle della Bekaa e i sobborghi meridionali di Beirut. Si tratta di aree a forte presenza sciita, già duramente colpite negli anni precedenti della guerra in Libano.

«È stata una notte di puro terrore», racconta Ali Soueida, residente nei sobborghi meridionali di Beirut. Lui, la moglie e il loro bambino di 18 mesi, Hussein, sono stati svegliati dall’arrivo dei missili israeliani. Da allora la famiglia dorme in un’auto presa in prestito da un amico.
«Non riesco a dormire, non riesco a digiunare e non riesco a mangiare», ha detto la moglie, Roubna, il 5 marzo, a due settimane dall’inizio del Ramadan.
Attorno a loro, altre famiglie sedevano su sedie, per terra o all’interno delle proprie auto, con gli oggetti essenziali raccolti in sacchetti di plastica.
In tutto il Libano, all’8 marzo risultavano aperti oltre 500 centri di accoglienza, che ospitavano circa 110.000 sfollati in condizioni estremamente difficili, con un accesso molto limitato a servizi igienici e cucine.
Bassam Younes ha trovato rifugio a Dekwaneh, sobborgo orientale di Beirut, insieme alla moglie e ai quattro figli. La famiglia è fuggita dalla propria casa a Dibl, un villaggio a circa cinque chilometri dal confine israeliano. Un tragitto di poco più di 100 chilometri si è trasformato in un viaggio di 24 ore.
«Le strade erano intasate da persone in fuga», racconta. «Avevamo paura che Israele ci bombardasse. In momenti come questi, ti resta solo Dio».

«Per il momento siamo ospiti di parenti. Ho trovato un appartamento in affitto a 500 dollari, ma non so come farò a pagare», racconta Younes, la cui famiglia era già stata costretta a lasciare la propria casa a causa della guerra nel 2023 e di nuovo nel 2024.
Il 5 marzo Younes si è rivolto per ricevere aiuto al centro delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret, nel quartiere di Nabaa, nella periferia di Beirut.
Nelle emergenze, le famiglie libanesi fanno affidamento le une sulle altre, mentre lo Stato offre scarso sostegno. Tuttavia — osserva suor Feryal Karam, responsabile del programma di assistenza sociale delle suore a Nabaa — «anche quando gli sfollati vengono accolti da parenti, si tratta comunque di famiglie povere, che non possono reggere a lungo il peso economico dell’ospitalità».
«Finora si sono rivolte a noi 25 famiglie. Sono le stesse che erano fuggite dal sud verso Nabaa durante l’escalation del 2024», aggiunge.
«Questa nuova escalation è stata così improvvisa che al momento non abbiamo nulla per sostenerli. Le organizzazioni che finanziano gli interventi di emergenza stanno valutando i bisogni», ha spiegato.
Il 4 marzo l’ufficio regionale di Beirut della CNEWA ha stimato in un milione di dollari il costo per assistere almeno 6.000 famiglie con coperte, materassi, pacchi alimentari, carburante e aiuti in denaro.
Oltre a una sistemazione, Younes racconta di aver bisogno con urgenza di contanti per acquistare medicine e carburante per l’auto.

May Karam ha lasciato la propria casa a Hadath il 5 marzo, dopo che Israele ha diramato gli ordini di evacuazione, trovando rifugio a circa dieci chilometri di distanza, nel convento delle Suore Antonine a Roumieh, dove vive una delle sue figlie.
La donna divide un alloggio di una sola stanza nel seminterrato del convento con altri otto familiari, tra cui i suoceri e tre nipoti.
«Speriamo che domani vada meglio», dice May Karam.
La comunità religiosa ha aperto le sue porte anche a quattro suore della congregazione che gestiscono il liceo delle Suore Antonine a Nabatieh, una delle principali città del Libano meridionale.
«Ho pianto quando abbiamo lasciato la scuola», racconta suor Marie Touma, superiora delle Suore Antonine.
«Siamo andate nelle aule ad aprire le finestre, per evitare che si frantumassero sotto i bombardamenti: è stato straziante», racconta. La scuola conta 1.100 studenti, in larga maggioranza musulmani.
Per gran parte dei 66 giorni di guerra del 2024, lei e un’altra religiosa erano rimaste nell’istituto per assistere le persone sfollate.
«Questa volta però i bombardamenti sono stati subito molto intensi, così siamo state costrette ad andarcene», spiega.
Dopo il cessate il fuoco del novembre 2024, le suore erano rientrate a scuola, nonostante oltre 15.400 violazioni della tregua da parte dell’esercito israeliano, la presenza costante di aerei militari e la sorveglianza dei droni.
«Non sappiamo quando potremo tornare», conclude.
Entro la sera del 9 marzo, secondo l’agenzia di stampa del Qatar, la guerra in Libano aveva già causato oltre 480 morti. Tra le vittime figurava anche il parroco maronita del villaggio cristiano di Qlayaa, padre Pierre al‑Rahi, che aveva rifiutato di abbandonare la propria comunità, situata a pochi chilometri dal confine israeliano.
Padre Pierre è stato ucciso mentre prestava soccorso a un parrocchiano rimasto ferito in un precedente attacco israeliano contro il villaggio.