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Una luce nel deserto

ONE Magazine è la rivista ufficiale della Catholic Near East Welfare Association (CNEWA), pubblicata regolarmente dal 1974. Attualmente, i contenuti sono disponibili solo in inglese e spagnolo. Il presente articolo racconta l’esperienza del monastero di Deir Mar Musa e il suo ruolo nel promuovere pace, dialogo e rinascita nella Siria postbellica.

Il monastero di Deir Mar Musa si staglia sulla parete rosata di una formazione rocciosa nei monti del Qalamoun, in Siria, avvolto da un’atmosfera di pace silenziosa. Isolato tra le alture desertiche, a circa un’ora a nord di Damasco, lo si raggiunge solo a piedi: l’ultimo tratto è una faticosa salita lungo una scalinata scavata nella roccia.

Con la fine della guerra civile durata 14 anni — un conflitto che ha provocato oltre 600.000 morti e lasciato milioni di feriti — turisti e pellegrini stanno tornando a cercare la quiete del monastero. Anche la comunità monastica ha pagato un prezzo alto durante la guerra: perdite che, però, hanno finito per rafforzarne la missione, invece di indebolirla.

La storia contemporanea del monastero ebbe inizio nel 1982 con il gesuita italiano Paolo Dall’Oglio. Durante i suoi studi di islamistica e lingua araba a Damasco, padre Dall’Oglio scoprì le rovine dell’antico monastero siriaco del VI secolo, da tempo abbandonato. Il Deir Mar Musa al-Habashi era dedicato a San Mosè l’Etiope, che si convertì al cristianesimo in Egitto dopo essere stato allontanato dal servizio di un funzionario, scegliendo di abbandonare una vita segnata da criminalità e dissolutezza.

Padre Paolo Dall’Oglio rimase affascinato dalla solida struttura dell’XI secolo, con la sua imponente torre del XII secolo, i semplici dormitori affacciati sulle pianure siriane e la piccola cappella decorata con affreschi dell’XI e XII secolo raffiguranti il battesimo di Cristo, le martiri sante Barbara e Giuliana di Nicomedia e gli apostoli.

Un viaggio alla scoperta di ciò che accade oggi nell’antico monastero siriano di Deir Mar Musa, dove una piccola comunità è impegnata a promuovere fraternità e dialogo interreligioso, nel solco delle priorità del suo fondatore, il gesuita italiano padre Paolo Dall’Oglio.

Per secoli, gli affreschi sono rimasti esposti ai venti del deserto e all’incuria. Nel corso degli anni, con l’aiuto di archeologi, storici dell’arte e volontari, padre Dall’Oglio mise in sicurezza le coperture e consolidò le mura. Restaurò anche le immagini più fragili. Così gli affreschi poterono parlare di nuovo a una nuova generazione di pellegrini.

Il progetto di padre Dall’Oglio per Deir Mar Musa andava però oltre il recupero di un antico monastero. Mirava a dar vita a una nuova comunità monastica, impegnata nella costruzione della pace e nel dialogo con l’islam, nel cuore del Levante.

Padre Jacques Mourad, oggi arcivescovo siro-cattolico di Homs, si unì a padre Dall’Oglio in questa missione fatta di preghiera, lavoro, accoglienza e dialogo interreligioso. Insieme, nel 1991, diedero vita a una comunità monastica stabile. La comunità fu chiamata al-Khalil, appellativo arabo del patriarca Abramo, padre di ebraismo, cristianesimo e islam, noto per la sua ospitalità. Ben presto iniziarono ad arrivare visitatori di ogni fede, da tutto il mondo.

Una donna in biblioteca si allunga verso uno scaffale alto per prendere un libro.
Suor Carol Cooke-Eid prende un libro dalla biblioteca del monastero. (Foto di Ahmad Fallaha)

Il fascino di Deir Mar Musa al-Habashi sta nel senso di «libertà nel deserto… aperto come il cuore di Dio», ha affermato l’Arcivescovo Jacques Mourad.

Per anni il monastero è stato un punto vitale per la comunità locale, contribuendo a rafforzare i rapporti tra cristiani e musulmani e a sostenere iniziative contro la povertà, in particolare nella vicina al-Nabk.

Agli occhi di alcuni, il rapporto della comunità con l’islam poteva apparire fuori dagli schemi. Lo stesso Arcivescovo Mourad racconta di aver talvolta faticato, agli inizi, a comprendere pienamente la visione di padre Dall’Oglio: amare l’islam e i musulmani come parte integrante della vocazione monastica a seguire Gesù e vivere il Vangelo. La missione del monastero, riconosce, «non è facile da capire», ma consiste nell’essere «una testimonianza dell’amore di Gesù per la comunità musulmana».

«Se ami chi non ti ricambia, questa è la testimonianza di Cristo», aggiunge.

Negli anni, il carisma della comunità si è ampliato. Sono nate nuove fondazioni monastiche a Sulaymaniyya, in Iraq, nel 2012, e a Cori, in Italia, nel 2013. Oggi la comunità al-Khalil conta due monaci, due monache e due novizi. In Iraq vivono un monaco e una monaca. In Italia è presente una monaca.

I cristiani dovrebbero essere «il collante del mosaico siriano»

La missione di accoglienza di al-Khalil si sviluppava in un Paese profondamente segnato dalla repressione politica del regime di Bashar al-Assad. Una pressione esplosa nel 2011 con l’arrivo della Primavera araba in Siria, cui il governo rispose con una repressione rapida e brutale.

Gli scontri tra forze ribelli ed esercito precipitarono il Paese in una spirale di violenza sempre più intensa. Padre Jihad Youssef, l’attuale priore, ricorda che i combattimenti si avvicinarono al monastero durante la battaglia di al-Nabk, nel gennaio 2013: elicotteri militari sorvolavano la zona, controllando il monastero e bombardando le aree circostanti.

Suor Carol Cooke-Eid, religiosa della comunità monastica di origine tedesca, racconta che si passò dai circa 50.000 visitatori del 2009 a poche presenze nel 2013. In seguito alla battaglia di al-Nabk, gli abitanti rimasero per mesi senza elettricità né rete telefonica, e spostarsi in sicurezza divenne impossibile.

L’ascesa dello Stato Islamico (ISIS) rappresentò un’ulteriore e concreta minaccia per la comunità. Sfruttando l’instabilità crescente in Siria, il gruppo avviò una serie di attacchi nel tentativo di instaurare un califfato, prendendo di mira le comunità religiose e mostrando una violenta ostilità verso i cristiani. Nonostante tutto, durante la guerra civile al-Khalil ha continuato, seppur in forma più ridotta, a offrire accoglienza, ristoro e occasioni di dialogo.

Padre Jihad Youssef tiene in mano un’immagine di padre Paolo Dall’Oglio che sorride con un bambino.
Padre Jihad Youssef, attuale priore, mostra un’immagine di padre Paolo Dall’Oglio, S.J., che rifondò l’antico monastero di Mar Musa nel 1982. Padre Dall’Oglio fu rapito dall’ISIS nel 2013 e da allora non si hanno più notizie di lui. (Foto di Louai Beshara/AFP via Getty Images)

Padre Dall’Oglio sentì il bisogno di prendere posizione di fronte alla violenza e alla repressione, e pubblicò un articolo a sostegno dei manifestanti contro il governo. In risposta, le autorità ne ordinarono l’espulsione nel 2012. Lasciò il Paese, trovando rifugio tra Italia e Libano.

Nel luglio 2013, tuttavia, rientrò in Siria passando da Raqqa, nel nord, nel tentativo di negoziare la liberazione di alcuni amici nelle mani di un gruppo riconducibile allo Stato Islamico. Da allora non si è più avuto alcun contatto con lui: è considerato morto, anche se il suo corpo non è mai stato ritrovato.

Padre Mourad, allora parroco nella città siriana di Qaryatayn, dove stava lavorando al recupero del monastero di Mar Elian, visse con profondo dolore la scomparsa di padre Dall’Oglio, che definiva «l’amico più caro fino alla fine».

Poco dopo, l’ISIS prese di mira anche la storica comunità cristiana di Qaryatayn. Nel maggio 2015 i miliziani rapirono padre Mourad insieme a un diacono e li condussero a Raqqa, dove li tennero prigionieri per quasi cinque mesi, infliggendo loro torture fisiche e psicologiche. In seguito, li trasferirono a Palmira, dove tenevano in ostaggio anche 250 parrocchiani di padre Mourad. Alla fine, li riportarono a Qaryatayn, imponendo il proprio controllo e dure restrizioni. Nel frattempo, avevano già distrutto il monastero di Mar Elian, che la comunità aveva restaurato con grande cura.

L’arcivescovo racconta che la brutalità vissuta ha finito per rafforzare la sua fede, ma anche il suo legame con i vicini musulmani, i primi a portare cibo a lui e ai suoi fedeli al momento del ritorno a Qaryatayn. Gli stessi vicini, in seguito, rischiarono la vita per far fuggire alcune ragazze cristiane e, infine, lo stesso padre Mourad.

Una donna laica cattolica siede accanto a una monaca siro-ortodossa durante la preghiera in cappella.
In questa foto d’archivio del 2005, una fedele cattolica siede accanto a una monaca siro-ortodossa durante la preghiera nella cappella del monastero di Mar Musa. (Foto di Ghaith Abdul-Ahad/Getty Images)

Il fascino di Deir Mar Musa al-Habashi sta nel senso di «libertà nel deserto… aperto come il cuore di Dio»

Con il progressivo ristabilirsi di un equilibrio dopo la ritirata dello Stato Islamico, i siriani hanno ricominciato a salire a Deir Mar Musa. Nouhad Dergham vi era stata per la prima volta nel 2009 insieme ai genitori, incontrando padre Dall’Oglio. Ma è solo da adulta, avvicinandosi alla meditazione e agli scritti del sacerdote, che ha scelto di tornarvi.

Oggi Dergham, giovane madre che vive nei dintorni di Aleppo, collabora con il monastero alla raccolta e traduzione degli scritti di padre Dall’Oglio e partecipa alle iniziative della comunità per “allargare lo spazio della tenda”, coinvolgendo anche i laici.

Ciò che più apprezza di al-Khalil, spiega, è che «non si è mai presentata come una realtà perfetta o come una “comunità eletta”». Al contrario, «ha sempre accettato la propria fragilità, riconoscendosi nelle mani di Dio».

Dopo anni segnati dall’oscurità, la comunità al-Khalil ha rilanciato con rinnovata convinzione il proprio impegno per la speranza e il dialogo. Sono riprese le attività di accoglienza e gli incontri, dai ritiri durante il Ramadan alle visite di gruppi internazionali, tra cui anche giornalisti stranieri tornati nel Paese dopo la fine della guerra civile.

Una bambina prega in raccoglimento.
In questa foto d’archivio del 2005, una giovane siriana prega all’interno della cappella del monastero di Mar Musa. (Foto di Ghaith Abdul-Ahad/Getty Images)

I visitatori sono accolti con ciotole fumanti di mulukhiyah, uno stufato tradizionale di foglie di juta servito su riso e profumato al limone. A Deir Mar Musa, la giornata si apre e si chiude con la preghiera in cappella, all’alba e al tramonto. Tra un momento e l’altro, il tempo è dedicato al lavoro: si accudiscono gli animali, si puliscono gli ambienti, si coltivano gli orti. Oppure si studia nella grande biblioteca su due livelli, ricca di testi sull’islam e sul cristianesimo.

Negli anni, solo pochi visitatori hanno scelto di abbracciare la vita monastica a Deir Mar Musa. Molti altri hanno invece compreso che la propria vocazione era altrove — nel matrimonio, in altre comunità religiose o nel clero diocesano — e «sono ripartiti da qui sereni e consolati, lodando Dio», come si legge nella lettera di Natale della comunità del 2023.

Nonostante i suoi impegni episcopali, l’Arcivescovo Mourad resta legato al monastero e continua a promuoverne la visione di dialogo interreligioso all’interno della sua arcieparchia. Lo scorso anno ha approvato integralmente la costituzione monastica redatta da padre Dall’Oglio, che aveva già ottenuto il nihil obstat della Santa Sede nel 2006.

A fine luglio, ha presieduto una liturgia commemorativa all’aperto in ricordo di padre Dall’Oglio, al termine di un incontro interreligioso di quattro giorni dedicato ai percorsi di guarigione dopo la guerra civile siriana. È stata la prima occasione pubblica, nel Paese, per rendere omaggio alla vita del sacerdote.

Parlando con ONE, padre Youssef ha riconosciuto l’enorme perdita subita dalla Siria durante il conflitto: nel 2012 i cristiani erano circa un milione e mezzo, pari a circa il 10 per cento della popolazione; nel 2022 erano scesi a circa 300.000.

Ha inoltre definito il rovesciamento del regime di Assad dello scorso anno e il successivo cambio di governo «un’opportunità d’oro» per il Paese. Un’occasione per ricostruire uno Stato più giusto e pacifico. Senza la repressione del passato, ha osservato, e con un governo di transizione impegnato a sostenere la democrazia, il dialogo interreligioso potrebbe finalmente svilupparsi su scala più ampia.

Padre Youssef si è detto fiducioso che anche gli sfollati possano tornare e che partecipino alla ricostruzione del Paese. Resta però la preoccupazione per la violenza contro le minoranze. Lo dimostra l’attentato suicida di giugno in una chiesa greco-ortodossa a Damasco, avvenuto durante la Divina Liturgia.

«Abbiamo bisogno di coesione sociale», ha affermato, sottolineando che i cristiani dovrebbero essere «il collante del mosaico siriano».

L’impegno di CNEWA

Dopo una guerra civile durata 14 anni e la nascita di un nuovo governo, la Siria cerca oggi di ricostruirsi e di ritrovare una vita normale. Un passaggio fondamentale è ricreare un tessuto di coesione sociale, promuovendo percorsi di pace, dialogo interreligioso e riconciliazione. CNEWA continua a sostenere con impegno le numerose iniziative della Chiesa per la rinascita del Paese. Progetti come quelli portati avanti dalla comunità monastica di Deir Mar Musa sono aperti a tutti i siriani, senza distinzione di fede o appartenenza.

Per sostenere la missione del CNEWA in Siria, visita la pagina per le donazioni.

Il seguente articolo è stato tradotto dalla rivista ONE Magazine, lo puoi trovare in versione originale cliccando qui.

Claire Porter Robbins è una giornalista freelance ed ex operatrice umanitaria, con esperienza di lavoro in Medio Oriente e nei Balcani.

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