Le donne e i bambini dell’Etiopia sono coloro che pagano il prezzo più alto delle molteplici crisi che affliggono il Paese — tra conflitti, sfollamenti, inflazione, siccità e la riduzione degli aiuti internazionali — ha affermato Argaw Fantu, direttore regionale di CNEWA in Etiopia.
«In Etiopia scarseggiano anche le opportunità di lavoro», ha detto.
Spesso i giovani uomini lasciano le proprie famiglie in cerca di lavoro. A occuparsi dei figli restano le madri e, talvolta, le nonne, spesso senza alcun sostegno. Fantu lo ha spiegato durante un seminario virtuale organizzato l’8 luglio dall’ufficio nazionale canadese della CNEWA-Pontificia Missione. Ha inoltre osservato che in Etiopia i servizi per l’infanzia sono molto limitati. Per le donne con figli, trovare un lavoro diventa quindi ancora più difficile.
La mancanza di sostegno, aggravata dalle altre crisi che colpiscono il Paese, rende estremamente difficile crescere bambini sani, ha spiegato.
Per illustrare il circolo vizioso della povertà in Etiopia, Fantu ha raccontato la storia di una madre sfollata i cui figli erano stati ammessi a un programma di sostegno nutrizionale. Dopo tre o quattro mesi, i bambini avevano recuperato peso a sufficienza da non rientrare più nei criteri del programma di alimentazione supplementare. Ma, al controllo successivo, pochi mesi dopo, risultavano nuovamente malnutriti.
Alla madre erano state fornite indicazioni su come nutrire i figli, «ma le istruzioni da sole non bastano, se non ha cibo da mettere in tavola per i suoi bambini», ha osservato Fantu. «Sono situazioni davvero molto dolorose».

Fantu ha mostrato alcune fotografie scattate durante le visite del personale di CNEWA in diverse aree del Paese. In una di esse si vedevano coltivazioni completamente rinsecchite dalla siccità. «Quando si perde un’intera stagione agricola, la popolazione è costretta a convivere con la scarsità di cibo per un altro anno», ha spiegato.
Oltre alla siccità, anche i conflitti e gli sfollamenti forzati compromettono la produzione agricola. Le conseguenze si riflettono anche sull’istruzione, interrompendo il percorso scolastico e «lasciando milioni di bambini fuori dalle aule».
«È davvero doloroso vedere bambini in età scolare bloccati lungo le strade o nei villaggi perché non hanno accesso all’istruzione, soprattutto nelle aree colpite dalla guerra», ha detto Fantu. Un esempio è il conflitto civile che ha interessato le regioni etiopi del Tigray, dell’Amhara e dell’Afar tra il novembre 2020 e il novembre 2022.
Per cercare di migliorare la propria condizione, molti giovani scelgono di lasciare i loro villaggi in cerca di lavoro, finendo spesso nelle reti della tratta di esseri umani, ha spiegato Fantu. In alcune zone del Paese sono ormai pochissimi gli adolescenti tra i 15 e i 19 anni: partono, attraversano il deserto diretti verso la Libia o Gibuti e perdono la vita nel tentativo di attraversare il mare.
«Ogni giorno riceviamo i corpi senza vita di persone provenienti da diverse aree», ha raccontato. «La situazione sul campo è davvero indescrivibile», soprattutto per i giovani. All’inizio di quest’anno, Fantu aveva inoltre riferito che oltre dieci milioni di persone avrebbero dovuto affrontare livelli elevati di insicurezza alimentare acuta.

Secondo Fantu, un elemento che distingue la Chiesa dalle altre organizzazioni umanitarie è la sua presenza costante accanto alle comunità locali.
«Sia nei momenti di serenità sia in quelli più difficili, le religiose e i sacerdoti sono sempre presenti. Condividono ogni giorno le sofferenze della gente», ha sottolineato. «E quando, in una situazione così drammatica, grazie al sostegno dei donatori riescono a portare un aiuto concreto, la gioia delle persone assistite diventa anche la loro».
A volte le religiose arrivano perfino a condividere il proprio pasto con le persone che bussano ai cancelli delle loro comunità chiedendo qualcosa da mangiare. «È così che le religiose e i sacerdoti condividono concretamente le sofferenze della popolazione», ha spiegato Fantu.
Ha poi raccontato di recarsi regolarmente nelle comunità, trattenendosi per uno o due giorni: visite che, ha detto, rappresentano un importante incoraggiamento per le religiose. Durante questi incontri, il personale di CNEWA trascorre le serate confrontandosi con suore e sacerdoti «sulle sfide che affrontano, sulle difficoltà che vivono e sulle sofferenze che condividono ogni giorno con la gente».
«Mi chiedo davvero come queste sorelle riescano ad affrontare ogni giorno la sofferenza delle persone che si rivolgono a loro in cerca di aiuto», ha detto.
Nonostante le difficoltà, gli etiopi conservano una fede profonda. «Non perdono la speranza, e questo è forse l’aspetto più importante, anche nei momenti più duri. Pur vivendo situazioni estremamente difficili, le vedi sorridere. E quei sorrisi trasmettono speranza, soprattutto nelle madri e nei bambini più piccoli».
Fantu ha raccontato che il personale di CNEWA prega ogni giorno per tutte quelle persone che comprendono come il messaggio evangelico del «chi è il mio prossimo?» possa riferirsi anche a chi vive lontano, a persone che forse non incontreranno mai, ma «di cui sentono nel cuore la sofferenza».
Ha inoltre sottolineato che, grazie alla presenza di CNEWA in Etiopia da diversi decenni, quando la Chiesa locale si trova ad affrontare un’emergenza, «la prima porta a cui bussa è quella di CNEWA».
Quando CNEWA riesce a intervenire, ha concluso Fantu, ne trae speranza non solo chi riceve l’aiuto, ma anche chi lo offre. «Speranza nel senso che domani proverò ad aiutare un’altra persona. E dopodomani cercherò di raggiungerne un’altra ancora. È questa la speranza che sostiene me e tutto il personale del nostro ufficio».
«Ma quando non abbiamo nulla da offrire, condivido fino in fondo il loro dolore», ha aggiunto. «E allora ci si chiede: come si può rispondere a una sofferenza così grande?».
Per sostenere l’opera di CNEWA-Pontificia Missione in Etiopia visita la pagina “Etiopia in crisi“.