Ad Abu Nuwar, a circa otto chilometri a est di Gerusalemme, le voci dei bambini che giocano all’aperto riempiono la piccola scuola materna dove insegna Jihan Frehat, 40 anni. Poco oltre il cortile, i tetti rossi di Ma’ale Adumim conquistano ogni anno nuovo spazio sulla collina.
Ma’ale Adumim, che conta circa 38.000 abitanti, è un insediamento israeliano costruito su terreni palestinesi espropriati. È uno dei quattro insediamenti — insieme a una vicina base militare, tutti considerati illegali dal diritto internazionale — che circondano questo piccolo villaggio palestinese della Cisgiordania.
Nata e cresciuta nella comunità beduina di Abu Nuwar, che conta circa 900 abitanti, Jihan Frehat conosce bene le difficoltà della vita quotidiana. Nel villaggio si susseguono incursioni dell’esercito israeliano e demolizioni di abitazioni. I coloni sconfinano nei terreni della comunità. L’accesso ai terreni agricoli è limitato e le strade vengono spesso chiuse. Tutto questo condiziona ogni aspetto della vita della comunità.
Jihan Frehat, che in passato ha insegnato in scuole private della Cisgiordania e ha collaborato con il Norwegian Refugee Council, ha contribuito a fondare la scuola materna nel 2011. Oggi la struttura accoglie 23 bambini. Le autorità israeliane ne hanno ordinato la demolizione, così come quella della scuola media adiacente, frequentata da circa 75 studenti. Quest’ultima è già stata demolita cinque volte dalle forze israeliane. Ogni volta, gli abitanti l’hanno ricostruita con il sostegno di organizzazioni locali e internazionali.
«A soffrire di più sono i nostri figli», dice Jihan Frehat. «Quando avevamo la loro età, non pensavamo allo sfollamento o all’annessione. Oggi, invece, loro ci pensano».
Al contrario, Ma’ale Adumim domina Abu Nuwar offrendo, secondo il sito di Nefesh B’Nefesh, «tutti i vantaggi di una città»: un sistema scolastico articolato, trasporti pubblici, servizi sanitari, centri culturali e sportivi, parchi e persino un lago. Nefesh B’Nefesh collabora con il governo israeliano per favorire l’arrivo di nuovi residenti nell’insediamento.
«Guardate quanto sono cresciuti gli insediamenti, guardate le loro scuole e le loro università», dice Jihan Frehat indicando la vasta comunità residenziale recintata.
«Ora guardate noi. Forse chiuderanno le nostre scuole: è una politica che punta a lasciarci nell’ignoranza», afferma. «Tutto ciò che desidero è un futuro sicuro, stabile e pacifico per i miei figli. E continuo a sperare».
All’orizzonte si profila il piano israeliano di espansione degli insediamenti E1, che punta a collegare Ma’ale Adumim a Gerusalemme attraverso un blocco insediativo continuo lungo quello che Israele definisce il corridoio E1 (East 1). Dal 2005 il progetto ha attraversato fasi alterne, avanzando e fermandosi sotto la pressione della comunità internazionale. Nell’agosto 2025, tuttavia, il governo israeliano ne ha approvato l’attuazione.

Un mese dopo, il governo israeliano ha approvato un piano da 900 milioni di dollari per la costruzione di 7.600 nuove unità abitative a Ma’ale Adumim. Secondo le organizzazioni che monitorano l’espansione degli insediamenti, circa 3.400 di queste abitazioni sorgeranno all’interno del corridoio insediativo previsto dal piano E1.
Situato nella Cisgiordania occupata da Israele, il corridoio si estende per circa 12 chilometri quadrati nella cosiddetta Area C. Secondo gli Accordi di Oslo II del 1995, questa zona rappresenta il 60% della Cisgiordania. Qui vivono circa 7.000 palestinesi, distribuiti in 22 comunità beduine, tra cui Abu Nuwar. Queste comunità rischiano il trasferimento forzato per lasciare spazio all’espansione degli insediamenti.
Jihan Frehat ricorda gli anni Novanta, quando gli insediamenti erano ancora agli inizi e ben lontani dalla morsa che, a suo dire, oggi soffoca la comunità.

«Viviamo costantemente sul filo del rasoio», racconta. «Da un momento all’altro potrei ricevere un ordine di demolizione ed essere costretta a lasciare la mia casa. A dire il vero, non conosciamo altro che la paura. Temiamo l’annessione e un futuro di cui non sappiamo nulla».
«Le domande che ci poniamo sono sempre le stesse: che ne sarà di noi? Dove andremo?»
«È nostro dovere rimanere saldi sulla nostra terra e difenderla fino all’ultimo respiro»
L’attuazione del piano di espansione degli insediamenti avrebbe conseguenze su vasta scala nei territori palestinesi. Contribuirebbe inoltre a quella che la Commissione Internazionale dei Giuristi definisce una «politica illegale di annessione di fatto» del territorio palestinese da parte di Israele. Secondo l’organizzazione, il progetto comprometterebbe anche la continuità territoriale e la possibilità stessa di creare un futuro Stato palestinese. Violerebbe così il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione.
A Betlemme, il reverendo Mitri Raheb, pastore luterano, teologo e fondatore della Dar al-Kalima University, afferma che il piano di espansione E1 «separerebbe completamente» il nord della Cisgiordania dal sud, «cancellandone la continuità territoriale».
Secondo Raheb, i piani del governo israeliano mirano ad «assicurare che non venga mai creato uno Stato palestinese».
Il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich aveva lasciato intendere la stessa linea in una dichiarazione rilasciata a metà agosto. In quell’occasione aveva definito il piano «un passo significativo che, nei fatti, cancella l’illusione dei due Stati e rafforza il controllo del popolo ebraico sul cuore della Terra d’Israele».
Ai margini di Jabal al-Baba, la «Collina del Papa», a pochi chilometri da Abu Nuwar, i palestinesi conoscono bene la politica israeliana degli sfollamenti forzati.
Le comunità palestinesi che vivono all’interno del corridoio E1 rischiano lo sfollamento forzato a causa della violenza dei coloni sostenuta dallo Stato, delle operazioni militari e delle politiche di pianificazione territoriale. La violenza dei coloni è aumentata dall’inizio della guerra di Israele a Gaza, nell’ottobre 2023. Nello stesso periodo sono cresciute anche le incursioni militari, i posti di blocco e la perdita di posti di lavoro nelle città e nei centri abitati palestinesi della Cisgiordania.

«Ogni volta che ricostruiamo, arrivano con nuove ordinanze», racconta Atallah Mazaar’a, portavoce della comunità sulla collina.
Mazaar’a vive nella comunità beduina sorta ai margini di Jabal al-Baba, la «Collina del Papa», un terreno donato dal re Hussein di Giordania a Paolo VI in occasione dello storico viaggio del pontefice in Giordania e in Terra Santa.
La pressione è tangibile. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), nel mese di agosto le autorità israeliane hanno emesso ordini di demolizione per 20 strutture della comunità, dove vivono circa 450 persone.
Dal 2009 a oggi, nelle comunità palestinesi del corridoio E1, sono state demolite più di 500 strutture di proprietà palestinese, provocando lo sfollamento di oltre 900 persone. Solo quest’anno, tra gennaio e la metà di ottobre, si sono registrate in media otto demolizioni al mese.
Nel frattempo, l’espansione degli insediamenti ha subito una forte accelerazione. Secondo l’Israel Policy Forum, ad agosto avevano già ottenuto il via libera più di 23.000 unità abitative israeliane. Di questo passo, entro la fine dell’anno Israele potrebbe approvare oltre 50.000 nuove abitazioni, un numero superiore a quello registrato complessivamente nei cinque anni precedenti.
Nel più ampio sistema degli insediamenti israeliani, in Cisgiordania — compresa Gerusalemme Est — si contano circa 370 insediamenti e avamposti, dove vivono oltre 737.000 coloni. Molti di questi centri hanno ormai le dimensioni e le funzioni di vere e proprie città e sono integrati nella rete stradale israeliana, consentendo ai coloni di spostarsi liberamente tra Israele e la Cisgiordania.
Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem, le politiche edilizie adottate da Israele mirano a «impedire lo sviluppo delle comunità palestinesi e a privare i palestinesi delle loro terre». L’organizzazione le considera parte di una più ampia strategia politica volta a «sfruttare al massimo le risorse della Cisgiordania per le esigenze israeliane, riducendo al minimo le riserve territoriali a disposizione dei palestinesi».
Mazaar’a interpreta queste pressioni come una forma di ingegneria demografica. L’obiettivo, afferma, sarebbe quello di «modificare la composizione della popolazione in linea con le loro aspirazioni», facendo sì che «i coloni superino numericamente i palestinesi a Gerusalemme e in tutto il territorio fino al Mar Morto».
«Noi vogliamo crescere e costruire», afferma Atallah Mazaar’a. «Come beduini, il nostro legame con la natura è parte integrante della nostra identità. Viviamo grazie al bestiame e alla terra che custodiamo e preserviamo. Siamo parte del tessuto nazionale palestinese».
«Per noi questa terra è il nostro ossigeno».
Secondo Atallah Mazaar’a, in passato era più facile opporsi all’occupazione israeliana. Da quando è iniziata la guerra di Israele a Gaza, però, l’esercito israeliano ha intensificato la propria presenza e le proprie operazioni in Cisgiordania, rendendo sempre più rischiose anche le forme di protesta pacifica.
«Una volta disperdevano le proteste con lacrimogeni o granate assordanti», racconta Mazaar’a. «Oggi, invece, sono disposti a distruggere e persino a uccidere».
Dall’ottobre 2023, le forze israeliane hanno ucciso 1.001 palestinesi in Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est. Circa una vittima su cinque era un minore. Secondo i dati delle Nazioni Unite, queste morti rappresentano il 43% di tutti i palestinesi uccisi in Cisgiordania negli ultimi vent’anni. Nello stesso periodo, è aumentata anche l’attività militare israeliana. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), tra gennaio e ottobre 2025 sono state registrate 7.500 incursioni militari in tutta la Cisgiordania, con un incremento del 37% rispetto allo stesso periodo del 2024.

Temendo per la propria incolumità, molti attivisti hanno interrotto le loro attività. Secondo Mazaar’a, numerosi palestinesi ritengono che l’unica forma di resistenza rimasta sia restare sulle proprie terre e rifiutare qualsiasi trasferimento. Alcuni, racconta, hanno respinto persino offerte che comprendevano «ingenti somme di denaro» e «appezzamenti di terreno» in altre località.
«I palestinesi non accetteranno questa “nuova Nakba”», aggiunge Mazaar’a, riferendosi all’espulsione di centinaia di migliaia di palestinesi avvenuta nel 1948.
«L’occupazione ha costretto me e la mia famiglia ad abbandonare la nostra terra nel 1948. Conserviamo ancora le chiavi di casa e gli atti di proprietà», racconta. «Non accetterei mai di andarmene di nuovo, a meno che non sia per tornare nella mia terra d’origine, a Bir es-Seba», oggi nota con il nome ebraico di Be’er Sheva.
La posizione di Mazaar’a affonda le sue radici tanto nella fede musulmana quanto nelle sue convinzioni politiche.
«Viviamo su una terra santa», afferma. «È nostro dovere rimanere saldi sulla nostra terra e difenderla fino all’ultimo respiro».
«Da un momento all’altro potrei ricevere un ordine di demolizione ed essere costretta a lasciare la mia casa»
Il piano di espansione E1 prevede una riorganizzazione della rete viaria della Cisgiordania attraverso un sistema di strade separate. Il corridoio principale sarebbe riservato ai veicoli con targa israeliana, mentre il traffico palestinese verrebbe deviato su una strada periferica alternativa. Secondo i critici del progetto, questa soluzione rafforzerebbe i collegamenti tra gli insediamenti israeliani e Israele, aumentando al tempo stesso l’isolamento delle comunità palestinesi.
Mentre il Times of Israel ha riferito che il primo ministro israeliano ha definito la strada prevista un «corridoio strategico per i trasporti», destinato a collegare Gerusalemme agli insediamenti israeliani, le organizzazioni per i diritti umani l’hanno ribattezzata «la strada dell’apartheid». Il reverendo Raheb racconta che i palestinesi vengono fatti passare attraverso sottopassaggi e tunnel «come topi», mentre al di sopra di loro le strade di collegamento riservate ai coloni uniscono le comunità israeliane costruite sulle colline. Secondo Raheb, sulla nuova strada verrebbe installato un cancello «che Israele potrebbe chiudere in qualsiasi momento», come già accade per altre strade di separazione della zona realizzate secondo lo stesso modello.
Secondo Raheb, l’obiettivo è confinare i palestinesi in aree circoscritte, simili alle riserve create in passato per le popolazioni indigene del Nord America, mentre attorno a loro continuano a espandersi insediamenti israeliani riservati in modo esclusivo ai coloni. In questo modo, sostiene, la libertà di movimento cesserebbe di essere un diritto per trasformarsi in un privilegio concesso o negato a seconda delle circostanze.
Il reverendo Raheb afferma che il governo israeliano si sta muovendo per annettere oltre l’80% della Cisgiordania, confinando i palestinesi in circa il 18% del territorio, frammentato in enclavi densamente popolate e non contigue, come Ramallah, Betlemme, Hebron e Nablus, ciascuna circondata da decine di varchi automatizzati controllati da Israele.
«Con il tempo, queste aree palestinesi separate l’una dall’altra svilupperanno esigenze diverse e perfino identità differenti, proprio come è accaduto quando Gaza è stata isolata dal resto dei territori palestinesi», afferma Raheb. Secondo il reverendo, l’assenza di continuità territoriale consentirebbe alle autorità di gestire queste enclave isolate attraverso leadership locali, limitare l’accesso alle risorse e lasciarle progressivamente impoverire. Un processo che, a suo avviso, rafforzerebbe ulteriormente la frammentazione e l’isolamento già in corso.

Da decenni, gli antichi percorsi di pellegrinaggio cristiano che collegano Gerico, Gerusalemme e Betlemme si snodano tra posti di blocco militari israeliani e il muro di separazione. Per i palestinesi, la possibilità di attraversarli dipende spesso dal rilascio di permessi da parte delle autorità israeliane e dall’apertura o dalla chiusura, spesso imprevedibile, dei checkpoint.
La vita sotto l’occupazione israeliana ha spinto molti palestinesi a lasciare il Paese, compresi membri della già esigua e sempre più ridotta comunità cristiana. Dall’inizio della guerra israeliana a Gaza, circa 147 famiglie cristiane hanno lasciato Betlemme, riferisce il reverendo Raheb. Aggiunge che, se le condizioni attuali dovessero persistere, altre famiglie potrebbero andarsene, con il rischio che le chiese si svuotino delle loro comunità locali.
«La Palestina è la culla del cristianesimo», conclude. «Non un parco a tema».
L’impegno di CNEWA
Dal 2002, il muro di separazione costruito da Israele ha isolato comunità palestinesi della Cisgiordania e importanti luoghi di culto, separando le congregazioni religiose dalle comunità che servono e limitando la libertà di movimento sia dei residenti sia dei pellegrini. Secondo Joseph Hazboun, direttore regionale di CNEWA-Pontificia Missione per Palestina e Israele, i piani del governo israeliano per il corridoio E1, approvati ad agosto, rischiano di aggravare ulteriormente questa situazione.
«Il progetto E1 minaccia di chiudere l’unica strada ancora aperta tra Al-Eizariya e Gerusalemme, lasciando queste comunità religiose e i residenti locali nell’incertezza sul proprio futuro», afferma Hazboun. «Senza questo collegamento vitale, come potranno, per esempio, le Suore Comboniane continuare la loro missione di assistenza educativa e sanitaria a favore delle comunità beduine?».
Secondo Hazboun, questo sviluppo «solleva inoltre serie preoccupazioni per la tutela di questi luoghi santi e delle comunità che li mantengono vivi e ne custodiscono la presenza».
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Il seguente articolo è stato tradotto dalla rivista ONE Magazine, lo puoi trovare in versione originale cliccando qui.