Nota della redazione: Il seguente articolo è la traduzione di un testo pubblicato sulla rivista ONE Magazine tra il 2005 e il 2012. Date, eventi e dati statistici riflettono quindi la situazione dell’epoca. Puoi leggere la versione originale cliccando qui.
In alto, tra le montagne del Caucaso, all’estremità orientale del Mar Nero, si trova la Georgia. Situata tra le culture araba, persiana e siriaca dell’Asia e il mondo greco-romano dell’Europa, la popolazione georgiana ha creato una civiltà unica. Ha saputo integrare elementi, usanze, idee e principi di società molto diverse tra loro.
Il cristianesimo — divenuto religione di Stato nel regno georgiano orientale di Kartli nel IV secolo — ha avuto un ruolo fondamentale nella nascita e nella continuità di questa realtà, tanto quanto la lingua e la tradizione.
Posta in una posizione strategica tra Oriente e Occidente, Nord e Sud, la piccola Georgia ha più volte resistito a nemici molto più potenti: romani, persiani, arabi, mongoli, ottomani e russi. La Chiesa ortodossa georgiana, spesso definita il pilastro della nazione, resta ancora oggi una forza molto importante nella vita dei 4,7 milioni di abitanti del Paese. Circa l’80% appartiene a questa Chiesa.
Le origini
Fonti bizantine e copte raccontano che l’apostolo San Mattia portò per primo il Vangelo in Kartli e vi morì martire intorno all’anno 80 d.C. Altre tradizioni cristiane attribuiscono la diffusione del cristianesimo agli apostoli Andrea, Bartolomeo, Simone lo Zelota e Taddeo, soprattutto tra le comunità ebraiche della regione, sia in Kartli sia in Egrisi, il regno occidentale noto ai Greci come Colchide.
Le testimonianze archeologiche moderne — tombe cristiane del II e III secolo e chiese dei primi decenni del IV — confermano una presenza antica della fede, soprattutto lungo la costa. È certo che nel 337 il cristianesimo era già religione ufficiale del regno di Kartli. Fonti armene, bizantine, georgiane, greche e latine raccontano che verso l’anno 300 una donna della Cappadocia, Nino, lasciò Gerusalemme per cercare in Kartli la tunica di Cristo.
Venerata ancora oggi dai georgiani come «pari agli apostoli», Santa Nino svolse la sua missione soprattutto tra gli ebrei del regno, che furono i suoi primi discepoli. Composta circa un secolo dopo la sua morte, la “Vita di Santa Nino” testimonia gli stretti legami che univano la Santa alla comunità ebraica di Mtskheta, capitale del Kartli, nonché i rapporti tra le Chiese di Georgia e di Gerusalemme. L’opera racconta inoltre la conversione del Re Mirian III, la sua decisione di adottare il cristianesimo come religione del regno e la costruzione, a Mtskheta, di un santuario destinato a custodire la veste di Cristo: l’attuale cattedrale di Svetitskhoveli, il cui nome significa «colonna che dà la vita».

Secondo la tradizione, Re Mirian si rivolse quindi al suo alleato di Bisanzio, l’imperatore Costantino il Grande, chiedendo l’invio di vescovi e di ecclesiastici.
Sviluppo
All’inizio, la Chiesa di Kartli dipendeva dal patriarcato di Antiochia. Guidata da un arcivescovo, celebrava la liturgia eucaristica di San Giacomo in lingua greca.
Le riforme promosse dalla monarchia nel 467 portarono però a una sorta di «nazionalizzazione» della Chiesa del Kartli. Tra le principali novità vi furono il riconoscimento della sua indipendenza, o autocefalia, dalla sede di Antiochia; la nomina di un primate, o catholicos, scelto tra il clero georgiano; e l’istituzione di nuove eparchie. Nel VI secolo il georgiano sostituì il greco nella celebrazione dei Divini Misteri. La liturgia conservò tuttavia una forte affinità con le tradizioni di Gerusalemme e con quelle dei monasteri palestinesi di Mar Chariton e Mar Saba.
Sebbene due vescovi del regno georgiano occidentale di Egrisi avessero preso parte al primo Concilio ecumenico di Nicea nel 325, la diffusione del cristianesimo in quel regno procedette lentamente. Solo nel 523 il Re di Egrisi abbracciò la fede cristiana e la proclamò religione ufficiale dello Stato.
Grazie al suo forte legame con Bisanzio, la Chiesa di Egrisi celebrava i sacramenti secondo il rito bizantino di Costantinopoli. Pur riflettendo l’eredità imperiale della capitale, tale tradizione liturgica costituiva una sintesi degli usi delle Chiese di Antiochia e di Gerusalemme. Il greco rimase la lingua delle celebrazioni liturgiche fino al IX secolo inoltrato.
La separazione dall’Armenia
Le Chiese georgiane furono risparmiate dalle violenze legate alle controversie cristologiche che sconvolsero il mondo bizantino. Pur simpatizzando per la formula teologica sancita dal Concilio di Calcedonia — secondo cui Gesù, «simile a noi in tutto, eccetto che nel peccato», possiede due nature, divina e umana — le Chiese georgiane mantennero una posizione ambigua, per rispetto dei vicini e alleati armeni, allora in rivolta contro i persiani e perciò impossibilitati a partecipare al concilio. L’imperatore persiano aveva imposto ai sudditi armeni di rinunciare al cristianesimo, che considerava un simbolo della loro fedeltà al suo rivale bizantino. I vescovi armeni dichiararono la propria lealtà alla Persia, ma rifiutarono di rinnegare la fede cristiana. Difficilmente avrebbero potuto accettare una posizione teologica elaborata dalla Chiesa bizantina e imposta dall’imperatore bizantino.
Nel 506, vescovi, monaci e laici armeni e georgiani si incontrarono a Dvin, in Armenia. L’assemblea confermò l’unità di fede tra le due Chiese e sembra abbia accolto l’Henotikon di Zenone, un tentativo di compromesso cristologico sostenuto anche dal papa. I partecipanti, tuttavia, evitarono ulteriori divisioni e mantennero la comunione con le Chiese che avevano accettato il Concilio di Calcedonia.
Le differenze culturali, sociopolitiche e teologiche tra le due Chiese divennero tuttavia evidenti dopo la rottura della Chiesa armena con Costantinopoli nel 551. Di conseguenza, le Chiese armena e georgiana si allontanarono progressivamente e, nel 610, il Catholicos di Mtskheta si separò dalla Chiesa apostolica armena. A quel tempo, gli armeni avevano già respinto le definizioni del Concilio di Calcedonia, considerandole innovazioni. Oggi, queste diverse impostazioni teologiche sono considerate espressione di differenze culturali, linguistiche e politiche e vengono interpretate come teologicamente complementari.
Verso l’unità
Stretti tra i continui conflitti che coinvolgevano armeni, bizantini, persiani e arabi, gli Stati georgiani conobbero un’ulteriore frammentazione. In questo contesto, il catholicos di Mtskheta, nel regno orientale del Kartli, esercitò un ruolo di guida e gettò le basi per la futura unificazione della Chiesa e dello Stato georgiani.
La Chiesa di Egrisi, minacciata dall’egemonia bizantina, nel IX secolo si sottrasse alla giurisdizione del patriarca ecumenico di Costantinopoli e si unì al Catholicosato di Mtskheta, in Kartli. A riconoscimento della sua autorità, il patriarca di Gerusalemme concesse al Catholicos della ormai unificata Chiesa georgiana di consacrare il santo Myron, gli oli utilizzati nella celebrazione dei sacramenti, che fino ad allora la Chiesa georgiana aveva sempre ricevuto da Gerusalemme.
Nel 1008, il re Bagrat III di Kartli e Abkhazia unificò i regni georgiani orientale e occidentale, divenendo il primo «re dei re» dei georgiani. Melchisedec I di Kartli, alla guida della Chiesa dal 1010 circa al 1030, assunse il titolo di «Catholicos-Patriarca di tutta la Georgia», che ancora oggi designa il primate della Chiesa ortodossa georgiana. Catholicos-Patriarca e re governavano insieme, rispettivamente, la sfera spirituale e quella temporale della Georgia medievale. E anche quando i sovrani georgiani consolidarono la propria autorità, riducendo progressivamente il potere dei nobili e subordinando la Chiesa allo Stato, il Catholicos-Patriarca rimase l’indiscusso «padre spirituale» del regno.
L’età dell’oro
Con il consolidamento della Chiesa e dello Stato georgiani, la Georgia raggiunse il culmine del suo sviluppo artistico, culturale, spirituale e intellettuale.
Il monachesimo conobbe un primo grande sviluppo nel VI secolo, con la fondazione del complesso monastico di David-Garedja da parte di San David Garejeli, uno dei tredici Padri siriaci che, secondo la tradizione, contribuirono a rafforzare il cristianesimo nelle regioni di frontiera della Georgia. I monasteri, spesso fondati da sovrani e membri della nobiltà, divennero importanti centri di attività culturale e missionaria. Alla fine del X secolo, i georgiani fondarono il monastero di Iviron sul Monte Athos. Comunità georgiane fiorirono anche nel monastero di Santa Caterina sul Monte Sinai e nei monasteri di Mar Chariton e Mar Saba in Palestina.
Le cattedrali georgiane, pur richiamando motivi architettonici armeni e persiani, svilupparono uno stile autonomo, caratterizzato da complesse piante a croce inscritta, slanciate strutture verticali, arcate cieche, sofisticati sistemi di copertura a volta e ricchi dettagli scultorei. Affreschi, mosaici, icone e smalti di straordinaria qualità, influenzati dall’arte bizantina, decoravano le volte e le pareti di chiese e palazzi.
La letteratura georgiana raggiunse il suo culmine nel XIII secolo, soprattutto durante il regno della regina Tamara. Testi biblici e commentari esegetici, agiografie, opere storiche e trattati filosofici e teologici contribuirono a una straordinaria stagione culturale. Ancora oggi gli studiosi scoprono rare opere cristiane arabe, armene, bizantine, greche e siriache che, in modo quasi miracoloso, sono riuscite a sopravvivere alle devastazioni che seguirono.
Sotto l’assalto degli invasori
Nel 1226 la Georgia subì una pesante sconfitta per mano dei Corasmi (Khwarezmidi), un popolo persiano musulmano sunnita che controllava i territori attorno al Mar Caspio. Pochi anni dopo arrivarono i Mongoli, popolo nomade originario dell’Asia centrale. Nel 1242 conquistarono la Georgia incontrando una resistenza limitata.
Con il graduale declino della potenza mongola, riemerse un regno georgiano più piccolo e indebolito. I suoi sovrani, però, dovettero presto affrontare una nuova minaccia: Timur il Grande, noto in Occidente come Tamerlano.
Determinato a ricostruire l’impero dei suoi antenati mongoli, Timur attraversò l’Asia centrale e il Caucaso seminando distruzione lungo il suo cammino. Sebbene si professasse musulmano, i massacri e le devastazioni che inflisse ad Aleppo, Damasco e Baghdad gli valsero la condanna di numerosi leader islamici, che arrivarono a considerarlo un nemico dell’Islam.
Di fronte alla tenace resistenza dei georgiani, Timur lanciò almeno sette campagne contro il regno. Le sue armate saccheggiarono città e monasteri, abbatterono chiese, distrussero villaggi e devastarono campi, frutteti e vigneti. Nel 1405 ottenne infine il tributo del Re Giorgio VII, ma trovò davanti a sé un Paese ormai in rovina. Prima di ritirarsi, inflisse un ultimo colpo alla Georgia ordinando la distruzione della capitale, Tbilisi.
La Georgia non si riprese mai completamente dalle devastazioni inflitte da Timur il Grande, che morì poco dopo aver sottomesso il regno. Sebbene Re e catholicoi cercassero di ricostruire uno Stato unitario, il Paese si frammentò in principati rivali. Alla fine del XV secolo, questa divisione ricalcava in larga misura i confini degli antichi regni di Kartli ed Egrisi. Anche l’unità della Chiesa georgiana venne meno. Nel corso del XV secolo sorse infatti un catholicosato rivale in Abkhazia, nella Georgia nord-occidentale. Le due sedi ecclesiastiche rimasero separate per diversi decenni, ma nella seconda metà del XVI secolo riuscirono a ristabilire la piena comunione.
Sotto il dominio russo e sovietico
Per diversi secoli la creatività culturale e intellettuale della Chiesa georgiana continuò ad ardere sotto la cenere, pur senza raggiungere gli splendori del passato. Non mancarono tuttavia monaci, sacerdoti e vescovi che si dedicarono alla traduzione e allo studio di antichi manoscritti, alla stesura di biografie e cronache storiche e alla pubblicazione delle Scritture in lingua georgiana. Questi esponenti della Chiesa contribuirono inoltre a rafforzare i rapporti con altre comunità cristiane. In particolare, svilupparono relazioni cordiali con francescani, domenicani, teatini e cappuccini, tutti presenti con propri insediamenti religiosi nei regni georgiani.
La Chiesa georgiana e quella di Roma non ruppero mai formalmente i rapporti dopo il Grande Scisma del 1054. Con il passare del tempo, però, la piena comunione tra le due Chiese venne meno e la distanza si accentuò ulteriormente dopo la caduta di Costantinopoli nelle mani degli Ottomani nel 1453.
Nel XVIII secolo, la Georgia, stretta tra potenze ostili, cercò il sostegno della Russia ortodossa, suo vicino settentrionale. Questa alleanza prese forma nel 1783, quando il regno orientale di Kartli-Kachezia e la Russia firmarono il Trattato di Georgievsk, con cui Mosca si impegnava a garantirne la protezione. Tuttavia, nel giro di tre decenni, una serie di decreti russi sancì l’annessione della Georgia all’Impero zarista.

La Georgia perse la propria autonomia quasi senza opporre resistenza. Paradossalmente, non fu il sultano musulmano di Costantinopoli, ma lo zar ortodosso di Russia a porre fine all’indipendenza della Chiesa ortodossa georgiana. Lo zar ne revocò l’autocefalia, abolì il catholicosato, ridusse il numero delle eparchie e le sottopose al Santo Sinodo della Chiesa ortodossa russa. In seguito, il Sinodo eliminò dalla Chiesa georgiana antiche pratiche ereditate dalla Chiesa di Gerusalemme e la uniformò agli usi liturgici della Russia dell’epoca. Anche nei seminari e nella celebrazione dei Divini Misteri, il georgiano lasciò gradualmente il posto allo slavo ecclesiastico.
Ciononostante, l’identità georgiana sopravvisse. Quando l’Impero zarista si disgregò durante la Prima guerra mondiale, la Georgia proclamò la propria indipendenza.
Il 12 marzo 1917, meno di due settimane dopo l’abdicazione dello zar Nicola II, un’assemblea di vescovi, sacerdoti, monaci e laici georgiani ristabilì l’autonomia della Chiesa e ripristinò il catholicosato. La ritrovata libertà della Chiesa, come quella dello Stato, ebbe però vita breve. Nel 1921 la Russia sovietica annesse la Georgia. Le autorità sovietiche repressero la religione e uccisero numerose figure di spicco della Chiesa, compreso il catholicos-patriarca. Pur consentendo alla Chiesa georgiana di rimanere indipendente dalla Chiesa ortodossa russa, il regime sovietico la sottopose a una dura persecuzione. Nel 1917 in Georgia erano attive più di 2.400 chiese. A metà degli anni Ottanta sopravvivevano invece solo pochi monasteri e appena 80 chiese restavano aperte al culto. Eppure, i georgiani non rinunciarono alla loro fede ortodossa.
«Per ricevere la Comunione, la mia famiglia doveva camminare per chilometri», racconta padre Giorgi Getiashvili, noto parroco di Tbilisi. «La gente andava in chiesa in silenzio, quasi di nascosto. Anche quando nelle chiese non c’erano sacerdoti, le persone continuavano ad andarci per pregare. I riti non si celebravano più. Eppure, la gente continuava ad andare in chiesa».
La rinascita della Chiesa
Quando il sistema sovietico iniziò a perdere presa sulla società alla fine degli anni Ottanta, la Chiesa ortodossa georgiana, guidata dal Catholicos-Patriarca Ilia II, tornò a svolgere un ruolo centrale nella vita del Paese. Il processo di rinnovamento accelerò soprattutto dopo che la Georgia proclamò l’indipendenza nel 1991. In tutto il Paese riaprirono numerose chiese, vennero consacrati nuovi edifici di culto e sorsero due accademie teologiche e sei seminari, segni della ritrovata vitalità della Chiesa georgiana.

Le vocazioni sacerdotali sono aumentate in modo significativo. Nuove comunità religiose maschili e femminili operano attivamente per contribuire al rinnovamento della società georgiana, messa a dura prova dal crollo dell’economia pianificata e controllata dell’epoca sovietica.
Oggi la rinascita dell’ortodossia è sotto gli occhi di tutti. Nei negozi si trovano icone georgiane e russe, insieme a libri di preghiera. Quando passano davanti a una chiesa, molti georgiani ortodossi fanno il segno della croce.
«Queste tradizioni si tramandano di generazione in generazione. Tutto ciò che abbiamo oggi affonda le sue radici in pratiche antiche, custodite da molto tempo, in alcuni casi da secoli», ha detto padre Giorgi.
«È grazie alla forza che Dio ci dona se siamo riusciti a conservarle fino a oggi».