Nota della redazione: ONE Magazine è la rivista ufficiale della Catholic Near East Welfare Association (CNEWA), pubblicata regolarmente dal 1974 e attualmente disponibile in inglese e spagnolo. Questo articolo inaugura una serie speciale di quattro contributi dedicati al centenario di CNEWA, un percorso che ripercorre le origini di CNEWA a partire dalle conseguenze della Prima guerra mondiale in Europa e Medio Oriente e dalla nascita dell’agenzia, fino a confluire in un volume commemorativo dal titolo “Un secolo di salvezza e speranza”, in uscita nel 2027.
Può sembrare un cliché, e forse persino fuori luogo, ricordare il ruolo che grandi personalità hanno avuto nel plasmare gli eventi della storia in una serie dedicata alle iniziative ispirate dalla fede a favore della salvezza e della speranza, della giustizia e della pace. Eppure, la storia di CNEWA è davvero una storia di persone che hanno lasciato il segno. Uomini e donne capaci di leggere i segni dei tempi alla luce della fede e di rispondere alle sfide umanitarie, sociali, economiche e spirituali di un mondo in continua trasformazione.
Come raccontato nei capitoli precedenti, tra i protagonisti di questa storia figurano i nomi di personalità un tempo di grande rilievo e oggi in gran parte dimenticate, la cui visione, capacità di leadership, tenacia e determinazione hanno contribuito a fare di CNEWA e della sua struttura operativa in Medio Oriente, la Pontificia Missione per la Palestina, una presenza discreta ed efficace della Santa Sede: la vera definizione di «soft power». Il protagonista indiscusso di questa storia è san Paolo VI, la cui sollecitudine per le terre e i popoli del Medio Oriente ha impresso una direzione decisiva al cammino di CNEWA. Attorno al Pontefice si raccolse, tuttavia, un gruppo di uomini e donne non meno degni di nota, non meno eroici e non meno determinanti.
Una di queste figure fu John Gavin Nolan.
«Grazie a Dio sono tornato sano e salvo. Non avrei mai pensato di uscirne vivo», scrisse Mons. Robert L. Stern sulle pagine di questa rivista poco dopo la morte del vescovo Nolan, avvenuta nel novembre 1997, ricordando una conversazione avuta con lui alcuni anni prima.
«Che cosa era successo?», gli chiesi.
«Be’, la settimana scorsa ero in Arabia Saudita e due amici mi invitarono ad accompagnarli in un viaggio nella Zona Morta, il grande deserto del sud. Viaggiavamo a dorso di cammello, accompagnati da due guide beduine. Il secondo giorno, ormai addentrati nel deserto, non riuscirono a trovare l’oasi dove avevamo previsto di trascorrere la notte. Una delle guide andò a cercarla, ma non fece più ritorno. Il giorno seguente proseguimmo il viaggio, finché rimanemmo senza acqua».
Ero completamente preso dal racconto. Ascoltavo col fiato sospeso, curioso di sapere come sarebbe andata a finire. Con tono drammatico, proseguì:
«Quella notte anche l’altra guida sparì mentre dormivamo. I miei amici iniziarono a farsi prendere dal panico, ma io dissi loro di non preoccuparsi. La notte successiva i cammelli crollarono a terra e morirono di sete…»
«Un momento», lo interruppi. «I cammelli non muoiono di sete dopo appena tre giorni».
Fu allora che capii di esserci cascato di nuovo. Ancora una volta il mio superiore, Mons. John G. Nolan, poi vescovo, aveva costruito una delle sue storie: un racconto che all’inizio sembrava plausibile, ma che diventava via via sempre più improbabile, fino a far dubitare che fosse davvero accaduto, o perlomeno che fosse andato esattamente così.
Sacerdote della diocesi di Albany, Mons. Nolan entrò in CNEWA nel 1962 e iniziò il suo servizio a Beirut, dove diresse le attività della Pontificia Missione in tutto il Medio Oriente. Alcuni anni più tardi tornò a New York per lavorare al fianco del confratello della diocesi di Albany, Mons. Joseph T. Ryan, che, in qualità di segretario nazionale di CNEWA e presidente della Pontificia Missione per la Palestina, aveva accompagnato Paolo VI nel gennaio del 1964 durante il suo storico pellegrinaggio in Terra Santa.

Le conseguenze di quel viaggio avrebbero lasciato un segno indelebile nella storia di CNEWA. In un primo momento il peso di questa responsabilità ricadde su Mons. Ryan. Quando però il papa lo nominò arcivescovo di Anchorage, Mons. Nolan ne raccolse l’eredità, assumendo l’incarico di segretario nazionale di CNEWA nel marzo 1966.
«Il suo cuore apparteneva sempre alla Terra Santa», ricordava Mons. Stern, che nel 1988 gli sarebbe succeduto alla guida dell’organizzazione. «Come avevano fatto i suoi predecessori, trascorreva ogni Natale lì. Partecipava sempre alla solenne celebrazione della Messa di mezzanotte a Betlemme. La mattina di Natale, poi, si recava all’orfanotrofio femminile della Pontificia Missione per celebrare la Messa per le bambine. Al termine, circondato dalle piccole ospiti della struttura, il celebrante si trasformava in Babbo Natale e consegnava personalmente a ciascuna il proprio regalo».
«Questa è la mia parrocchia», diceva con profonda commozione. «Questa è la mia famiglia».
Ovunque andasse e chiunque incontrasse, sapeva conquistarlo con un racconto affascinante, per poi concludere chiedendogli di adottare a distanza un bambino. La sua immaginazione era sconfinata: pensava sempre che gli altri avrebbero saputo rispondere con lo stesso amore che animava lui.
E di solito accadeva proprio così. Quando Mons. Nolan concluse il suo servizio presso CNEWA, dopo la nomina a vescovo ausiliare dell’Arcidiocesi per i Servizi Militari degli Stati Uniti, dove tornò a lavorare accanto al suo amico Arcivescovo Ryan, le entrate annuali dell’organizzazione erano passate da circa 4 milioni a oltre 18 milioni di dollari. Gran parte di questa crescita derivava dal Programma di sostegno ai bambini bisognosi di CNEWA che, nel periodo di massimo sviluppo, coinvolse oltre 30.000 bambini accolti nelle opere assistenziali delle Chiese orientali, dall’Argentina all’India.
Nei primi anni del suo mandato, Mons. Nolan ideò un fondo basato sul sostegno diretto a un singolo bambino. Attraverso questa iniziativa, CNEWA invitava i benefattori a contribuire con 10 dollari al mese per aiutare un bambino ospitato in una struttura gestita dalla Chiesa. In cambio, i sostenitori ricevevano quattro volte l’anno lettere e aggiornamenti dalle religiose o dai sacerdoti che si prendevano cura del bambino.
Per realizzare questo progetto, coinvolse padre John McCarthy, sacerdote statunitense in servizio presso la Congregazione per le Chiese Orientali della Santa Sede e referente di CNEWA. Mons. Nolan lo convinse a intraprendere un viaggio esplorativo di 70 giorni per individuare programmi idonei in 12 Paesi. Padre McCarthy rientrò il 6 gennaio 1967 «esausto», come confidò anni dopo all’autore di questo articolo, ma pienamente convinto della necessità di una simile iniziativa. Mons. Nolan diede quindi avvio al programma nel giro di poche settimane.
Da quel momento divenne un instancabile sostenitore di questi bambini in difficoltà. Come scrisse nel 2001 Peg Maron, che contribuì a ricostruire la storia di CNEWA, non perdeva occasione per parlare dei suoi “ragazzi”: «In ascensore, durante una cena o nel corso di una riunione, chiedeva con insistenza tanto agli amici quanto agli sconosciuti di sostenere uno dei suoi bambini».

«Il Programma di sostegno ai bambini bisognosi avviato da Mons. Nolan», proseguiva Mons. Stern, «ha aiutato non solo quelle bambine di Betlemme, ma decine di migliaia di bambini in tutto il mondo».
Sempre abile nel comunicare e nel coinvolgere il pubblico, Mons. Nolan scelse tre di quei bambini per partecipare a un film promozionale dedicato all’opera di CNEWA in Terra Santa. Il documentarista Milton Fruchtman, vincitore di diversi Peabody Award, realizzò nel 1970 “The Untold Story“. Il film offrì la prima testimonianza audiovisiva di un’udienza privata con il Papa e mostrava Mons. Nolan, tre bambine dell’orfanotrofio della Pontificia Missione di Betlemme, suor Elisabeth Marie delle Suore Missionarie di Nostra Signora degli Apostoli, che dirigevano l’istituto, e il Pontefice. A condurre lo speciale di trenta minuti fu Hugh Downs. Il programma raccontava il lavoro svolto da CNEWA-Pontificia Missione a favore dei bambini in tutta la Terra Santa. L’emittente lo trasmise a livello nazionale la Vigilia di Natale del 1971 e raggiunse un pubblico stimato di circa cinque milioni di spettatori.
Il talento di Mons. Nolan nel rapporto con le persone e la sua straordinaria capacità di raccontare storie si rivelarono particolarmente preziosi perché, poco dopo il suo arrivo alla guida di CNEWA-Pontificia Missione, la situazione in Terra Santa iniziò a deteriorarsi. Mentre rafforzava collaborazioni ormai consolidate e portava avanti i programmi nati dall’impulso del pellegrinaggio di Paolo VI del 1964, l’emergenza nella regione assunse proporzioni sempre più gravi.
Da quasi vent’anni oltre un milione di profughi palestinesi viveva senza una casa e senza una patria. Molti affrontavano la povertà, la disperazione e la dipendenza dagli aiuti internazionali, sia materiali sia morali. La frustrazione crescente alimentò l’ostilità nei confronti dello Stato di Israele. Alcuni aderirono a movimenti di resistenza e organizzazioni nazionaliste che lanciavano attacchi dalle basi situate in Egitto, Giordania, Libano e Siria. Le dure rappresaglie israeliane inasprirono ulteriormente i rapporti tra gli Stati vicini, fino al 5 giugno 1967, quando scoppiò la guerra.
Nel giro di una settimana, l’esercito israeliano sconfisse le forze congiunte di Egitto, Giordania e Siria e occupò la Città Vecchia di Gerusalemme e il resto della Palestina araba, che allora comprendeva la Cisgiordania, Gaza, la penisola del Sinai e le Alture del Golan.
Da un giorno all’altro, una seconda ondata di civili palestinesi fu costretta a lasciare le proprie case. Molti di loro perdevano tutto per la seconda volta. Per sfuggire alla legge marziale imposta dalle forze israeliane di occupazione, cercarono rifugio nei Paesi vicini. Già alle prese con il peso di una popolazione segnata dalla sofferenza e dalla mancanza di prospettive di ritorno, i governi di Giordania e Libano si trovarono sotto una pressione crescente. Le tensioni sfociarono poi in conflitti che sconvolsero entrambi i Paesi, quando i movimenti della resistenza palestinese entrarono in aperto contrasto con le autorità degli Stati che li ospitavano: in Giordania tra il 1970 e il 1971 e in Libano dal 1975 al 1990.
Le conseguenze di quella che comunemente viene chiamata Guerra dei Sei Giorni, prosecuzione del primo conflitto arabo-israeliano, furono devastanti. I loro effetti continuano ancora oggi a influenzare gran parte delle tensioni che attraversano la regione. Eppure, la comunità cattolica mondiale non ha mai smesso di rimanere vicina a «questi nostri fratelli e sorelle», come scrisse Paolo VI nell’esortazione apostolica Nobis in Animo del 1974, «che vivono dov’è vissuto Gesù, e che, attorno ai Luoghi Santi, sono i successori della prima antichissima Chiesa, che ha dato origine a tutte le Chiese».
Immediatamente dopo la fine delle ostilità, CNEWA organizzò a Beirut una conferenza che riunì organizzazioni non governative, cattoliche e laiche, attive nella regione. A presiedere l’incontro fu Constantine C. Vlachopoulos, già funzionario dell’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA), che nel 1966 era stato chiamato da Mons. Nolan a ricoprire l’incarico di direttore esecutivo della Pontificia Missione per la Palestina. Le organizzazioni presenti fecero il punto sulle necessità umanitarie, sia immediate sia di lungo periodo, e pianificarono una risposta coordinata per assistere i palestinesi rimasti sotto occupazione militare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, nonché i rifugiati che vivevano in esilio.

Contemporaneamente alla conferenza, la Santa Sede inviò Mons. Nolan nella regione. Nel rapporto che presentò il 29 giugno 1967 al Cardinale Angelo Dell’Acqua, della Segreteria di Stato, il prelato osservava che i palestinesi «nei territori recentemente occupati dagli israeliani continuano a trasferirsi verso la sponda orientale [della Giordania] … con assistenza per il viaggio fino al fiume Giordano fornita dalle autorità israeliane». Aggiunse inoltre che, «una volta partiti, gli israeliani non consentono loro di rientrare nelle proprie case in Cisgiordania».
Mons. Nolan descriveva poi una situazione economica estremamente difficile: «L’economia della Gerusalemme “vecchia” e della Cisgiordania, così strettamente legata al turismo, è praticamente paralizzata. (…) Anche le istituzioni religiose si trovano senza liquidità, poiché le autorità israeliane hanno bloccato tutti i depositi bancari».
Nel rapporto spiegava infine che la Pontificia Missione avrebbe continuato le proprie attività in Libano, in Cisgiordania e, se possibile, nella Striscia di Gaza. Allo stesso tempo, l’organizzazione si preparava ad aprire un ufficio ad Amman per prestare assistenza ai circa 100.000 nuovi profughi palestinesi arrivati in Giordania.
Quella stessa settimana, Mons. Nolan e Constantine C. Vlachopoulos formarono ad Amman una «squadra di emergenza» guidata da Carol Hunnybun, responsabile dell’ufficio di Gerusalemme. Il gruppo iniziò a ricevere, catalogare e distribuire gli aiuti inviati dai cattolici di tutto il mondo a sostegno dei profughi. Tra i materiali raccolti figuravano circa 5.600 tonnellate di viveri e latte in polvere, 26.700 coperte, oltre 50 tonnellate di vestiti e scarpe, 90 tende, 10.000 gavette da campo, 5.500 fornelli da cucina, 17 tonnellate di medicinali, antibiotici e vitamine e più di 1.000 scatole di carne conservata.
La risposta all’emergenza coordinata da CNEWA-Pontificia Missione ad Amman trovò rapidamente applicazione anche in altre aree, tra cui Gaza. Qui la Scuola per ciechi della Pontificia Missione per la Palestina aveva subito gravi danni durante i sei giorni di combattimenti: gli archivi erano andati distrutti e scorte e attrezzature erano state saccheggiate. CNEWA intervenne senza indugio, ristrutturò l’edificio e riaprì la scuola. Lo stesso accadde per molte altre opere sociali della Chiesa, soprattutto in Cisgiordania e a Gerusalemme, dove comunità religiose maschili e femminili gestivano da tempo scuole, orfanotrofi, case di riposo, centri per persone con disabilità, scuole professionali e laboratori di formazione.
Nonostante questi sforzi, la situazione stava cambiando profondamente. I cristiani della regione, appartenenti in gran parte alla classe media, iniziarono a emigrare in numero crescente.
«Abbiamo già avuto occasione di esprimere apertamente la nostra preoccupazione per la diminuzione del numero dei cristiani nelle antiche terre che hanno dato origine alla nostra fede», scriveva Paolo VI nell’esortazione apostolica del 1974. «Purtroppo, la Chiesa locale dispone di risorse materiali molto limitate. Inoltre, continua a subire le gravi e prolungate conseguenze di una guerra che, si può dire, dura ormai da decenni. Né è possibile chiedere ai fedeli del posto un sostegno sufficiente, poiché molti di loro dispongono appena del necessario per sopravvivere».

«Fu l’Arcivescovo Pio Laghi a rendersi protagonista di molte delle svolte più significative in Terra Santa», ricordava Carol Hunnybun.
Nel maggio 1969, il Papa lo nominò suo rappresentante per Gerusalemme e la Palestina, affidandogli l’incarico di delegato apostolico. In un’intervista concessa alla CNEWA nel 1999, il Cardinale Laghi rievocò le parole con cui Paolo VI gli aveva affidato la missione: «Cerchi di arginare l’esodo dei cristiani [dalla Terra Santa]. Faccia tutto il possibile».
«Alla luce dell’evolversi della situazione, la Missione dovrà contribuire a programmi di assistenza, riabilitazione e sviluppo»
«Che cosa avrei potuto fare?», si domandò. «Creai immediatamente una commissione per la giustizia e la pace e riunii tutti gli ordinari: il patriarca latino, il Custode di Terra Santa, i vescovi ausiliari e i responsabili delle altre comunità cattoliche. Così iniziammo a far sentire la nostra voce».
Il prelato aveva molte idee. «Ma le idee [potevano] essere realizzate solo se si disponeva di risorse economiche e di sostegno. Non soltanto di sostegno finanziario, ma anche morale». Il delegato apostolico trovò quel sostegno in Mons. Nolan e in CNEWA-Pontifical Mission.
«Provai immediatamente simpatia per lui», ricordò il Cardinale Laghi a proposito del suo primo incontro con il giovane John Nolan, allora a Beirut come assistente speciale di mons. Joseph Ryan, a capo di CNEWA.
«Capii immediatamente che era una persona con cui potevo lavorare, qualcuno con cui era facile intendersi. Mi affidai a lui e alle persone che collaboravano con lui… Carol Hunnybun e Helen Breen».
Insieme, questo gruppo costruì una rete di collaborazioni in tutto il mondo. Promosse programmi abitativi, come la Holy Land Arab Housing Society, adattò strutture esistenti a nuove esigenze, come nel caso dell’apertura del Notre Dame Centre come casa di accoglienza per pellegrini, e rafforzò numerose iniziative già attive. Questi programmi contribuivano al bene comune e, allo stesso tempo, offrivano opportunità di lavoro alla popolazione cristiana, contrastando così l’emigrazione. Tra le molte iniziative avviate in quegli anni, alcune nacquero direttamente dall’impulso del pellegrinaggio di Paolo VI in Terra Santa nel 1964. Ancora oggi rappresentano un simbolo eloquente di quella stagione e della visione che la ispirò.
«Quando ero lì nel 1964», ricordava il Cardinale Laghi citando le parole del papa, «promisi che avrei fondato un istituto per bambini sordi. Per favore, realizzatelo».
Il 30 giugno 1971, con l’approvazione della Santa Sede, le Suore di Santa Dorotea e la CNEWA-Pontificia Missione fondarono a Betlemme l’Istituto Effetà Paolo VI. Da 55 anni questa scuola aiuta bambini e ragazzi palestinesi con disabilità uditive, dai cinque anni fino al diploma, a leggere il labiale e a parlare, offrendo loro gli strumenti per superare l’isolamento e il silenzio che spesso accompagnano questa condizione.
Nello stesso anno aprì le porte anche il Tantur Ecumenical Institute for Theological Research, dando forma a un altro desiderio di Paolo VI. Il pontefice immaginava un luogo dedicato alla preghiera, allo studio e al dialogo condivisi, un punto d’incontro capace di favorire la conoscenza reciproca tra cristiani, ebrei e musulmani.
Ma, come ricordò il cardinale pochi anni dopo la morte del Vescovo Nolan, «avevamo bisogno di un’università che preparasse i giovani palestinesi alla società palestinese. … Dovevamo rimediare a questa situazione. Dovevamo istituire un’università cattolica a Betlemme. … Avevamo bisogno di una scuola che formasse cuochi, professionisti del turismo e della gestione alberghiera, dell’economia e delle arti. E avevamo bisogno di insegnanti. Dovevamo formare gli insegnanti».
«Ora, tutto questo può sembrare insignificante, ma in Terra Santa, se costruisci con una piccola pietra, quella pietra diventa un monumento».

Nel 1973, i Fratelli delle Scuole Cristiane de La Salle, ai quali Paolo VI aveva affidato la gestione del progetto, inaugurarono la Bethlehem University grazie ai fondi operativi messi a disposizione da CNEWA e dalla Congregazione per le Chiese Orientali. Nonostante le difficoltà politiche, sociali ed economiche che caratterizzano la vita in Terra Santa, l’università rappresenta ancora oggi un autentico monumento alla perseveranza e alla speranza. Ogni anno accoglie oltre 3.000 studenti e, nel corso della sua storia, ha formato più di 17.000 laureati. Uomini e donne, cristiani e musulmani, che nello spirito della tradizione lasalliana continuano a contribuire alla crescita della società civile palestinese e a mettersi al servizio delle proprie comunità.
L’esuberante testimonianza di fede e carità offerta da Paolo VI, soprattutto attraverso quanti operavano per CNEWA e per la Pontificia Missione per la Palestina, non era riservata esclusivamente alle popolazioni palestinesi. In occasione del 25° anniversario della Missione, Paolo VI scrisse a Mons. Nolan, «il suo solerte presidente», ricordando come «abbiamo seguito con personale interesse questa attività, nelle diverse forme che ha assunto per venire incontro alle gravi e molteplici necessità dei rifugiati». Il Papa aggiungeva che l’opera della Missione «è stata una delle più chiare testimonianze della sollecitudine della Santa Sede per il bene dei palestinesi, che ci sono particolarmente cari perché sono il popolo della Terra Santa, perché tra loro vi sono seguaci di Cristo e perché sono stati e continuano a essere sottoposti a prove tanto tragiche».
Tuttavia, proseguiva, «la nostra Missione per la Palestina si trova ora di fronte a un compito ineludibile. Oltre a continuare a prestare assistenza, senza distinzione di nazionalità o religione, a quanti hanno sofferto o continuano a soffrire in qualsiasi forma a causa dei ripetuti conflitti che hanno devastato quella regione, alla luce dell’evolversi della situazione, la Missione dovrà contribuire a programmi di assistenza, riabilitazione e sviluppo».
Mons. Nolan e il gruppo di collaboratori che aveva riunito attorno a sé, composto da laici e religiosi, fecero propria questa missione. Insieme avviarono cliniche mediche mobili nelle zone rurali della Giordania e di Gaza, organizzarono programmi di assistenza d’emergenza per le famiglie travolte dalla guerra civile in Libano, visitarono discretamente gli ostaggi statunitensi detenuti a Teheran durante la rivoluzione iraniana e riuscirono persino a coinvolgere facoltosi magnati del petrolio nel sostegno ai «suoi ragazzi».
Verso la fine dei suoi anni in CNEWA, mentre la carestia cominciava a devastare l’Etiopia, portò in quella terra antica il suo caro amico John J. O’Connor, allora Cardinale Arcivescovo di New York e, in virtù del suo incarico, presidente di CNEWA. L’obiettivo era ottenere un maggiore sostegno per i bambini malnutriti e portare all’attenzione delle organizzazioni cattoliche e laiche le gravi necessità della popolazione.
Anni dopo, durante i funerali, la cattedrale di San Patrick a New York era gremita. Dopo gli omaggi e le preghiere, quello stesso cardinale volle ricordarlo con affetto: «Anch’io conoscevo piuttosto bene quel mascalzone». Pronunciate con evidente tenerezza, quelle parole ricordarono a tutti i presenti un uomo pieno di entusiasmo e di fede. Un uomo capace di amare profondamente e dotato di una contagiosa gioia di vivere.

Questo articolo è stato tradotto dall’originale pubblicato su ONE Magazine. Per leggere il testo originale, clicca qui.
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