In Medio Oriente — e in particolare in Libano — i cristiani, sempre meno numerosi, si definiscono spesso «il sale della terra» o «il lievito che fa lievitare la pasta». Per molto tempo ho creduto che fossero soltanto immagini rassicuranti, parole usate per placare l’inquietudine di una comunità in declino.
Ma negli ultimi giorni — dal 27 al 30 marzo — ho visto qualcosa che ha cambiato completamente la mia prospettiva. Ciò che ho incontrato nel Libano del Sud non era una metafora: era una realtà viva, indiscutibile.
Oggi, nel Libano del Sud, una piccola comunità cristiana — non più di 5.344 famiglie distribuite in 22 villaggi, alcuni dei quali abitati da appena 15 persone — resta l’unico segno visibile di vita in una regione ormai sopraffatta dalla devastazione.
Dall’inizio di marzo, oltre un milione di persone — in gran parte appartenenti alle comunità sciite — è stato costretto a lasciare le proprie case, a seguito dell’escalation degli scontri tra Hezbollah e Israele dopo il conflitto tra Israele e Iran sostenuto dagli Stati Uniti. Intere città e villaggi sono oggi completamente deserti. Durante la mia visita a Tiro, ai suoi dintorni e al settore orientale della regione, mi sono trovato davanti a immagini difficili da esprimere a parole: case ridotte in macerie, centri abitati spianati fino al silenzio, infrastrutture distrutte e campi un tempo pieni di vita trasformati in terre sterili.

Nemmeno gli ulivi secolari — testimoni di generazioni, capaci di sopravvivere a imperi e guerre — sono stati risparmiati. Alcuni sono stati sradicati. La terra stessa porta i segni delle ferite: è inquinata e privata della sua capacità di generare vita.
Eppure, in mezzo a tanta devastazione, una presenza cristiana, piccola ma ostinata, continua a resistere.
Famiglie cristiane maronite, greco‑melchite, ortodosse ed evangeliche — che già prima non superavano il 3 per cento della popolazione del sud — hanno compiuto una scelta coraggiosa e profondamente umana: restare. Il loro messaggio è semplice, diretto:
«Questa guerra non è la nostra. Vogliamo restare nelle nostre case e difendere ciò che ci appartiene».
Una decisione che è costata carissima. Alcuni hanno perso la vita. Molte famiglie sono state spezzate per sempre.
- Padre Pierre El Rai è stato ucciso dai bombardamenti nella sua parrocchia, nel villaggio di Kleyaa.
- Tre giovani sono morti ad Ain Ebel mentre riparavano le linee internet sul tetto di casa.
- Un padre e suo figlio hanno perso la vita sulla strada tra Rmeich e Debel mentre portavano pane alla loro comunità.
- Il fratello di un parroco di Alma el-Shaab è morto in un attacco aereo.
Non sono numeri. Sono vite umane. Sono storie di coraggio, di sacrificio, di amore profondo per la propria terra e per la propria gente.
Nonostante la paura, le perdite e l’incertezza, queste famiglie rimangono. Non sono spinte da ragioni politiche o ideologiche, ma dalla dignità, dal senso di appartenenza e dal desiderio di custodire le loro comunità.
Accanto a loro c’è il nunzio apostolico in Libano, l’arcivescovo Paolo Borgia. Fin dall’inizio ha scelto di condividere il loro destino. Settimana dopo settimana visita i villaggi. Porta aiuti umanitari, ma anche qualcosa di altrettanto essenziale: vicinanza, incoraggiamento e speranza. La sua presenza è un segno tangibile che queste comunità non sono sole.

Fin dai primi giorni della crisi, CNEWA‑Pontificia Missione per la Palestina, con sede a Beirut, ha avviato una risposta di emergenza per assistere le persone maggiormente colpite. Oggi il nostro impegno si concentra su tre priorità urgenti:
- Sostenere le famiglie rimaste nel sud
Sosteniamo oltre 5.344 famiglie, per lo più cristiane, insieme ad alcune famiglie musulmane accolte nelle loro case. Offriamo beni alimentari di prima necessità e carburante, fondamentali per affrontare una quotidianità segnata da condizioni estremamente difficili. - Aiutare le famiglie sfollate a Beirut e nel Monte Libano
Più di 1.200 famiglie vivono oggi in situazione di sfollamento, ospitate in strutture ecclesiali, alloggi temporanei o presso famiglie amiche. Offriamo buoni alimentari per consentire loro di affrontare la vita quotidiana con dignità. - Sostenere le famiglie sfollate a Deir el-Ahmar, nella Valle della Bekaa
Le comunità cristiane hanno accolto circa 500 famiglie, in gran parte musulmane e provenienti dalle aree più colpite. Attraverso la rete della Chiesa forniamo aiuti alimentari sia agli sfollati sia alle famiglie che li ospitano.
Un appello alla solidarietà
In una terra segnata dalla distruzione e dalle fughe forzate, queste piccole comunità resistono — non solo per sé stesse, ma per il futuro di un Libano plurale, condiviso.
Sono un segno di vita lì dove la vita sembra essersi ritirata. Oggi non basta ammirarle. È necessario un sostegno concreto.
Per questo mi rivolgo a voi. Aiutateci a portare cibo, calore e speranza alle famiglie che hanno scelto di restare — famiglie che non si arrendono alla disperazione — e a proteggere ciò che ancora resiste.
Insieme possiamo fare in modo che questa fragile luce di fede continui a brillare.