Dal sud del Paese oltre un milione di persone è fuggito verso Beirut per sfuggire ai bombardamenti contro obiettivi di Hezbollah. Non tutti però hanno lasciato le proprie case. Tra i villaggi cristiani isolati nel Libano, Debel è uno dei casi più critici. I circa 1.700 abitanti del villaggio hanno scelto di restare. Vogliono difendere le loro abitazioni e confidano di non essere presi di mira. «Siamo rimasti completamente neutrali in questa guerra, senza alcun coinvolgimento militare o politico», ha spiegato Michel Constantin, direttore regionale di CNEWA-Pontificia Missione per Libano, Siria, Iraq ed Egitto.
Dal 27 marzo, racconta Constantin, Debel vive isolata. Con l’avanzata dell’esercito israeliano, l’esercito libanese ha lasciato l’area e si è riposizionato fuori dalla zona occupata. Anche altri villaggi cristiani, come Rmeish e Ain Ebel, risultano tagliati fuori.
L’Arcivescovo Paolo Borgia, nunzio apostolico in Libano, ha tentato due volte di far arrivare aiuti a Debel. Un primo convoglio, organizzato da diverse agenzie cattoliche tra cui CNEWA-Pontificia Missione, non è riuscito a raggiungere il villaggio il giorno di Pasqua, il 5 aprile. Due giorni dopo, bombardamenti e incursioni hanno bloccato un secondo tentativo a circa 11 chilometri dalla destinazione. Il nunzio ha comunque visitato altri centri del sud e guidato convogli di aiuti nelle zone raggiungibili.
Quei convogli avrebbero portato a Debel oltre 40 tonnellate di beni essenziali: medicine, cibo, acqua e pane, ha precisato Constantin.
In un aggiornamento diffuso il 7 aprile, Constantin ha lanciato l’allarme: le scorte di cibo nel villaggio bastano «per non più di due giorni».

«Non c’è accesso ad acqua potabile sicura», ha detto. Anche il gas da cucina e i farmaci «non si trovano più».
«In questo momento critico, gli abitanti di Debel non chiedono altro che il diritto di vivere con dignità e sicurezza nelle proprie case», ha aggiunto Constantin. «La loro resistenza è straordinaria. Ma senza un intervento urgente, la situazione rischia di diventare irreversibile».
Israele ha avviato operazioni di terra nel sud del Libano il 16 marzo, in risposta agli attacchi del gruppo armato Hezbollah, alleato dell’Iran. Gli attacchi sono arrivati dopo i raid congiunti di Stati Uniti e Israele del 28 febbraio, in cui è stato ucciso la guida suprema iraniana, l’ayatollah Ali Khamenei. Il Libano non ha autorizzato le azioni di Hezbollah.
Il 31 marzo il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che, una volta conclusa la guerra con Hezbollah, Israele manterrà il controllo del sud del Libano fino al fiume Litani, a circa 30 chilometri dal confine.
Il 7 aprile Stati Uniti e Iran hanno annunciato una tregua di due settimane. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha però chiarito che l’accordo non riguarda le operazioni israeliane in Libano. L’8 aprile l’esercito israeliano ha bombardato il centro di Beirut, causando almeno 203 morti e più di 1.000 feriti. Il giorno successivo, Netanyahu ha dichiarato di aver approvato colloqui diretti con il Libano, che però non ha dato subito risposta.
Sempre il 9 aprile, l’Associated Press ha riferito che la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran in Libano ha già causato più di 1.700 morti e quasi 5.900 feriti.
In Vaticano, papa Leone XIV ha pregato più volte per la pace nella regione e l’11 aprile ha invitato tutti a unirsi a lui in una veglia di preghiera. A Pasqua ha inviato un messaggio agli abitanti di Debel.
«Nella vostra sventura, nell’ingiustizia che subite, nel sentimento di abbandono che provate, voi siete vicinissimi a Gesù». A nome del Papa, il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, ha voluto far arrivare queste parole agli abitanti di Debel.
«Gli siete vicini anche in questo giorno di Pasqua, nel quale Egli ha vinto le forze del male e che risuona per voi come una promessa di futuro. Non perdete dunque il coraggio. Nessuna delle vostre preghiere, nessuno dei vostri gesti di solidarietà, nessun sospiro di stanchezza che esprimete va perduto. Nostra Signora del Libano custodisce tutto nel suo cuore e lo porta a suo Figlio».