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Una vulnerabilità crescente

ONE Magazine è la rivista ufficiale della Catholic Near East Welfare Association (CNEWA), pubblicata regolarmente dal 1974. Attualmente i contenuti sono disponibili solo in inglese e spagnolo. Il presente articolo racconta come continui il sostegno alle persone più vulnerabili della Giordania, mentre prende il via una nuova iniziativa per favorire la coesione sociale e ridurre le tensioni tra le comunità.

Una nuova collaborazione nel Regno hascemita di Giordania tra il Royal Institute for Inter-Faith Studies e CNEWA-Pontificia Missione punta a favorire una maggiore comprensione e conoscenza del cristianesimo.

La collaborazione conferma la credibilità che CNEWA-Pontificia Missione ha costruito nel corso degli anni in Giordania. Un risultato frutto di decenni di presenza sul territorio e di un impegno costante nel dialogo interreligioso, soprattutto accanto ai rifugiati e ad altre comunità vulnerabili a maggioranza musulmana.

L’iniziativa è pensata per «aiutare i giordani ad avere informazioni corrette sui cristiani presenti in Giordania», afferma Ra’ed Bahou, direttore regionale della CNEWA-Pontificia Missione ad Amman.

«Siamo parte di questa società, non stranieri».

La presenza cristiana nei territori che oggi costituiscono la Giordania risale ai primissimi secoli della fede cristiana e raggiunse il suo apice durante l’epoca bizantina. Oggi i cristiani rappresentano meno del 3% della popolazione giordana, che conta circa 11,5 milioni di abitanti, mentre il 97% dei cittadini professa l’islam.

La Giordania è un Paese caratterizzato da un basso livello di conflittualità settaria. Negli ultimi anni, però, le tensioni sociali sono aumentate. Un primo momento di svolta è stato rappresentato dagli attacchi di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023. A questi sono seguiti l’offensiva israeliana nella Striscia di Gaza e, nel febbraio scorso, il conflitto che ha coinvolto Stati Uniti, Israele e Iran.

Il gas, il cibo e le medicine sono diventati costosi per i giordani a causa delle guerre nei paesi vicini. Per molti rifugiati fuggiti in Giordania la situazione appare ancora peggiore, poiché non è loro consentito lavorare. La chiesa sta aiutando a sostenere sia i giordani sia i rifugiati, mentre entrambi faticano a sbarcare il lunario.

La Giordania è alleata di Israele e degli Stati Uniti e il suo spazio aereo viene utilizzato per intercettare i missili iraniani diretti verso Israele. I missili abbattuti lasciano spesso detriti che ricadono sul territorio giordano. A giugno, inoltre, l’Iran ha colpito alcune basi militari statunitensi in Giordania. Gli attacchi sono ripresi dopo il fallimento dell’accordo tra Iran e Stati Uniti dell’8 luglio.

«La guerra ha allargato il divario tra le religioni, tra sunniti e sciiti, e tra cristiani e musulmani», afferma Bahou.

L’Iran è ufficialmente una nazione musulmana sciita e sostiene sia Hamas a Gaza sia Hezbollah in Libano.

«Alcuni tendono a considerare i cristiani più vicini all’Occidente», osserva Bahou, riferendosi alla diffusa percezione che i Paesi occidentali sostengano Israele. «Molti identificano inoltre gli Stati Uniti come un Paese cristiano e, di conseguenza, i cristiani possono subire indirettamente le ripercussioni di questa percezione».

Il contesto bellico che attraversa la regione rende ancora più urgente promuovere il dialogo e la comprensione reciproca. «La religione viene vista come la causa della guerra ed è usata per giustificare l’occupazione di territori», osserva Amer Al-Hafi, consulente accademico dell’istituto e professore di studi interreligiosi all’Università Al al-Bayt in Giordania.

Alcune donne sedute in una chiesa.
Profughi cristiani iracheni riuniti per la Messa nella chiesa di San Giovanni Battista de La Salle a Jabal al-Hussein, in Giordania. (Foto di Raghida Skaff)

«Questa convivenza [in Giordania] la viviamo ogni giorno, ma ne parliamo troppo poco», afferma Al-Hafi, sottolineando come la coesistenza debba essere rafforzata anche negli ambiti culturale e accademico. È proprio da questa convinzione che è nata la collaborazione avviata quest’anno tra l’istituto e la CNEWA-Pontificia Missione.

«La guerra ha allargato il divario tra le religioni, tra sunniti e sciiti, e tra cristiani e musulmani»

Il Royal Institute for Inter-Faith Studies fu fondato nel 1994 sotto il patrocinio del principe giordano El Hassan bin Talal, proprio nell’anno in cui la Giordania firmò l’accordo di pace con Israele. L’istituto promuove il dialogo interreligioso e organizza attività rivolte ai giovani per valorizzare il patrimonio cristiano del Paese.

«Fin dagli anni Sessanta la famiglia reale ha svolto un ruolo di primo piano» nel dialogo interreligioso, spiega Norig Neveu, storica del French Institute of the Near East, che studia le questioni religiose in Giordania. «Tra il 1948 e il 1967, la Giordania controllava i luoghi santi di Gerusalemme, manteneva i rapporti con il Vaticano e supervisionava i pellegrinaggi».

«Ciò rafforza l’immagine della monarchia giordana come una famiglia reale che protegge i cristiani, svolgendo un ruolo di mediazione e tutela», afferma Neveu. Non si tratta solo di un valore simbolico. La famiglia hascemita ha governato La Mecca, la città più santa dell’Islam, dal X secolo fino all’inizio del XX secolo. La dinastia discende inoltre dalla famiglia del profeta Maometto.

In linea con l’impegno della famiglia a favore del dialogo con i cristiani, a metà maggio l’istituto ha organizzato l’ottava conferenza interreligiosa congiunta. L’incontro si è svolto insieme al Dicastero per il Dialogo Interreligioso della Santa Sede ed è stato dedicato al tema «Compassione ed empatia umana nell’età contemporanea».

«Dobbiamo acquisire una comprensione corretta della religione», afferma Al-Hafi, «e riscoprire il nostro patrimonio, perché il cristianesimo costituisce una componente essenziale della nostra storia e della nostra civiltà».

«Occorre inoltre sviluppare una maggiore consapevolezza delle relazioni interreligiose», aggiunge, «e creare strumenti e risorse che aiutino i giordani ad approfondire la conoscenza di queste tematiche».

Una famiglia fa la spesa in un supermercato.
I profughi iracheni Osama e Abeer Maradi, con la figlia Lourdes, fanno la spesa in un supermercato di Amman grazie ai buoni alimentari finanziati da CNEWA. (Foto di Raghida Skaff)

La popolazione cristiana della Giordania, pur essendo numericamente ridotta, è caratterizzata da una notevole diversità. Secondo il governo giordano, la maggioranza è di rito greco-ortodosso. Sono tuttavia presenti e attive anche comunità apostoliche armene, cattoliche orientali e latine, copte, siro-ortodosse e alcune comunità protestanti. Tra i loro membri figurano anche famiglie beduine che vivono a Madaba e nelle zone vicine a Kerak, storica città risalente all’epoca delle crociate.

Oltre all’assistenza pastorale ai fedeli, queste Chiese offrono numerosi servizi sociali, tra cui assistenza sanitaria e istruzione. Questi servizi raggiungono milioni di persone vulnerabili, giunte in Giordania nell’ultimo secolo in cerca di lavoro o in fuga da guerre e persecuzioni.

Evan Behnam, un cristiano originario dell’Iraq, è arrivato in Giordania dopo aver lavorato nel settore edilizio nel suo Paese d’origine. A metà giugno sedeva affaticato nell’Italian Hospital, osservando la propria radiografia. L’ospedale, fondato nel 1926, si trova in uno dei quartieri più poveri di Amman. I medici gli hanno comunicato che dovrà sottoporsi a un intervento alla cistifellea del costo di quasi 1.200 dollari, una somma che non è in grado di sostenere.

«Tutto è diventato più costoso e non riesco a lavorare», racconta Behnam. Per mantenere la famiglia, sua moglie svolge lavori domestici presso altre abitazioni, mentre uno dei loro tre figli ha bisogni speciali e necessita di cure e attenzioni particolari.

Evan Behnam dipende dall’assistenza sanitaria fornita da organizzazioni ecclesiali. CNEWA-Pontificia Missione ha già coperto 352 dollari delle spese per i suoi farmaci, mentre a lui resta da sostenere la quota residua di 141 dollari.

Nancy Haddad, responsabile del coordinamento tra CNEWA-Pontificia Missione e l’Italian Hospital, gestito dalle Suore Domenicane della Presentazione di Maria, spiega che CNEWA-Pontificia Missione contribuirà con 282 dollari alle spese per l’intervento chirurgico di Behnam. L’ospedale presenterà inoltre una richiesta a Caritas Giordania per coprire la somma restante. In questo modo, il paziente potrà sottoporsi all’operazione senza ulteriori oneri economici.

«La cosa più importante è la stabilità, soprattutto per i bambini»

«La maggior parte dei pazienti che indirizzo a queste strutture è composta da cittadini giordani», afferma Haddad. «Gli altri provengono da diversi Paesi e li assistiamo indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa».

Nel marzo 2025 l’UNHCR Giordania ha stimato che, a causa dei tagli agli aiuti internazionali, «sono venuti meno quasi 19,4 milioni di dollari di finanziamenti destinati al settore sanitario», con un impatto previsto su «454.000 rifugiati e 75.000 cittadini giordani».

Omar Abawi, direttore esecutivo ad interim di Caritas Giordania, afferma che nell’ultimo anno l’organizzazione ha perso un quarto del proprio bilancio, pari a 2,5 milioni di dollari, a causa della riduzione degli aiuti internazionali.

«In passato coprivamo spese sanitarie per un milione di dinari giordani (circa 1,4 milioni di dollari) presso l’Italian Hospital; oggi questa cifra si è dimezzata», spiega.

Nassim Samawi, direttore amministrativo dell’ospedale, riferisce che i tagli ai finanziamenti hanno avuto conseguenze devastanti sulla capacità della struttura di rispondere ai bisogni dei pazienti più vulnerabili.

Un uomo seduto sul letto di un ospedale e una donna al suo fianco osservano alcune radiografie.
Evan Behnam e la moglie Mina osservano le radiografie presso l’Italian Hospital di Amman. (Foto di Raghida Skaff)

«Di conseguenza, nel 2025 il numero dei pazienti assistiti è diminuito del 25% rispetto al 2024, per poi registrare un’ulteriore contrazione del 15% nel 2026 rispetto all’anno precedente», afferma.

Alla guida di un ospedale privato senza scopo di lucro, Samawi guarda con preoccupazione al calo delle entrate della struttura.

«Dallo scoppio della pandemia operiamo costantemente in deficit», spiega, sottolineando come la riduzione dei finanziamenti stia mettendo a dura prova la sostenibilità economica dell’ospedale.

Abeer Maradi, madre di sei figli, è una dei 12.000 iracheni in Giordania — tra cui molti cristiani — fuggiti dalle milizie islamiste.

La sua famiglia ha lasciato la propria casa a Mosul nel 2021, portando con sé soltanto «qualche vestito e le fotografie della prima comunione». La decisione è arrivata dopo settimane di ripetute minacce rivolte al marito, Osama. I Maradi si sono poi trasferiti dalla sorella di Abeer, ad Al Hashimi Al Shamali, un quartiere di Amman segnato da forti difficoltà economiche e sociali.

«La cosa più importante è la stabilità, soprattutto per i bambini», afferma Maradi, asciugandosi le lacrime. Ricorda la casa di famiglia distrutta dai miliziani dello Stato Islamico e il padre, ucciso nella guerra tra Iran e Iraq quando lei aveva solo quattro anni.

La sua famiglia è tra le 930 famiglie di rifugiati iracheni residenti ad Amman che beneficiano del programma di buoni alimentari di CNEWA, che prevede distribuzioni almeno due volte all’anno.

«Se ci fosse lavoro, andrebbe tutto bene», afferma Maradi.

Un’indagine dell’UNHCR condotta quest’anno tra i rifugiati in Giordania ha rilevato che il 66% vive al di sotto della soglia di povertà. «Nonostante una relativa stabilità dei tassi di povertà dal 2023, la vulnerabilità economica è andata progressivamente aggravandosi», si legge nel rapporto.

La Giordania non aderisce alla Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati del 1951. Di conseguenza, tutti i rifugiati presenti nel Paese sono considerati legalmente «ospiti temporanei», con l’eccezione dei palestinesi, che costituiscono una parte significativa della popolazione giordana. Sebbene, in teoria, i rifugiati possano ottenere un permesso di lavoro, nella pratica le restrizioni normative e i costi elevati rendono spesso questo obiettivo quasi irraggiungibile, poiché le relative spese possono equivalere a diversi mesi di salario.

Per mantenere la famiglia, Maradi svolge lavori domestici retribuiti in contanti, ricavando circa 56 dollari al mese. Talvolta la Chiesa offre impieghi occasionali e informali al marito e al figlio maggiore. I fratelli di Maradi e sua madre si sono invece trasferiti in Australia; è proprio la madre a farsi carico dell’affitto mensile della famiglia in Giordania, pari a 253 dollari.

«Per il resto, dobbiamo arrangiarci», dice Maradi.

Con il buono alimentare da 70 dollari ricevuto a giugno da CNEWA-Pontificia Missione, ha potuto acquistare pollo, olio da cucina, concentrato di pomodoro, riso e shampoo.

«Oggi abbiamo potuto comprare prodotti che normalmente non ci potremmo permettere, grazie ai buoni alimentari», afferma.

Ra’ed Bahou spiega che anche il programma dei buoni alimentari ha risentito dell’inflazione. L’aumento del prezzo della carne, cresciuto «di almeno il 10%» nell’ultimo anno, ha fatto sì che «sempre meno persone possano permettersi di acquistarla».

La crescente pressione economica è aggravata dai tagli agli aiuti statunitensi, iniziati nel gennaio 2025, e dalla riduzione dei fondi destinati alla cooperazione internazionale da parte dei Paesi europei. Anche il turismo, che rappresenta il 15% del PIL giordano, è in difficoltà. Secondo il Washington Institute for Near East Policy, a marzo il settore ha subito una brusca battuta d’arresto a causa della chiusura dello spazio aereo e dei timori per la sicurezza legati alla guerra in Iran.

Anche l’UNHCR, che presta assistenza a circa 440.000 rifugiati registrati in Giordania, è stato «fortemente colpito» da questi tagli, afferma il portavoce Yousef Taha.

«Abbiamo dovuto ridurre alcuni servizi, tra cui l’assistenza economica diretta», spiega. Entro la fine di maggio, l’agenzia aveva ricevuto soltanto il 23% dei fondi richiesti ai donatori internazionali per il 2026.

Due ragazze musulmane attraversano la strada.
La Giordania si presenta come un Paese musulmano tollerante verso le altre religioni e promotore del dialogo interreligioso. (Foto di Raghida Skaff)

«I rifugiati in Giordania raramente soffrono la fame, ma il limitato accesso all’assistenza sanitaria li espone a gravi rischi», afferma Jalal al Husseini, ricercatore associato presso il French Institute of the Near East.

«Fin dagli anni Sessanta la famiglia reale ha svolto un ruolo di primo piano» nel dialogo interreligioso.

«Quando non sono coperti da un’assicurazione sanitaria e non possono sostenere le spese mediche, i rifugiati fanno affidamento sulle organizzazioni caritative locali, sulle Chiese, sull’UNHCR, sulle ONG, nonché sulle istituzioni legate alla famiglia reale e sul Fondo Zakat [giordano], un ente governativo che gestisce la distribuzione di elemosine e aiuti caritativi a livello locale», spiega al Husseini.

La Clinica Mother of Mercy, situata a Zarqa, città industriale della Giordania che accoglie rifugiati palestinesi sin dalla loro espulsione dalle proprie terre nel 1948, fornisce servizi sanitari ai rifugiati e ad altri gruppi vulnerabili da 44 anni. Dal 2001 la struttura è gestita dalle Suore Domenicane di Santa Caterina da Siena.

«La guerra ha provocato un aumento dei prezzi e l’UNRWA [l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi] ha ridotto alcuni dei propri servizi. Per questo prevediamo che quest’anno un numero ancora maggiore di pazienti si rivolgerà a noi», afferma suor Maryan Khume, medico e direttrice della clinica.

«Prima della guerra a Gaza visitavamo circa 40 pazienti al giorno. Oggi ne accogliamo mediamente una sessantina», aggiunge.

La clinica offre gratuitamente visite mediche per uomini, donne e bambini, servizi di consulenza psicologica, oltre a esami di laboratorio e farmaci a tariffe agevolate.

«Lo stipendio dei miei pazienti basta a malapena per coprire i primi dieci giorni del mese», racconta la dottoressa Isaura Rajab, ginecologa. Per questo limita le prescrizioni a «uno o due farmaci, perché i pazienti non possono permettersene di più». Secondo la specialista, anche l’alimentazione, spesso di scarsa qualità a causa delle difficoltà economiche, provoca carenze nutrizionali significative. «Diagnostico frequentemente casi di anemia e vedo donne che iniziano a perdere i denti già intorno al quinto mese di gravidanza».

Il 24 giugno, le gemelle Houda e Lama, nate da appena una settimana e con un peso inferiore ai due chilogrammi ciascuna, si sono presentate alla clinica per la loro prima visita medica.

«Mia figlia è venuta qui durante tutta la gravidanza. Hanno monitorato il suo peso e la pressione arteriosa, e ha potuto effettuare qui anche le ecografie», racconta Hind Tarawoni, nonna delle gemelle. «Si sono presi cura di lei in modo eccellente e non ha dovuto pagare nulla».

«Qui ci sentiamo rispettati e davvero accolti», aggiunge la donna giordana. «E quando abbiamo detto al personale che mia figlia era rimasta incinta dopo nove anni di tentativi, erano felici quasi più di noi!»

«La clinica è una benedizione per i pazienti, e i nostri pazienti sono una benedizione per noi», afferma suor Maryan. «Vederli arrivare insieme alle loro famiglie mi riempie di gioia. È il segno della fiducia che ripongono in noi».

L’impegno di CNEWA

Mentre alcune organizzazioni umanitarie riducono le proprie attività in Giordania a causa dei tagli ai finanziamenti internazionali, CNEWA-Pontificia Missione ha registrato «un aumento del 10% della domanda» di sostegno, riferisce Ra’ed Bahou, direttore regionale dell’ufficio di Amman di CNEWA-Pontificia Missione. Queste nuove richieste si aggiungono agli impegni ordinari già sostenuti dall’ente: 95.000 dollari per contribuire al bilancio annuale della Clinica Mother of Mercy di Zarqa; 68.000 dollari destinati all’assistenza sanitaria di 870 pazienti presso l’Italian Hospital di Amman; e 120.000 dollari per finanziare un programma annuale di buoni alimentari a favore di 930 famiglie di rifugiati.

Per contribuire al sostegno di queste iniziative fondamentali, visita la nostra pagina per le donazioni.

Questo articolo è stato tradotto dall’originale pubblicato su ONE Magazine. Per leggere il testo originale, clicca qui.

Laure Delacloche è giornalista in Libano. I suoi lavori sono stati pubblicati dalla BBC e da Al Jazeera.

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