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Tempo del Creato: la sorprendente risposta della natura alla guerra

La guerra tra Russia e Ucraina ha devastato fiumi e foreste. Eppure, in alcune aree, gli ecosistemi danneggiati stanno iniziando a rigenerarsi spontaneamente.

Quando Boris Chemanov era bambino e cresceva a Klepaly, un villaggio nella regione ucraina di Sumy, vicino al confine con la Russia, il fiume Seym era parte integrante della vita quotidiana. Da generazioni, il fiume era al centro della vita della sua famiglia: una fonte di cibo e acqua che permetteva di coltivare gli orti, allevare il bestiame e mantenere uno stile di vita tramandato nel tempo.

Poi, nell’agosto del 2024, migliaia di tonnellate di scarti provenienti da uno zuccherificio in Russia finirono nel Seym, provocando una vasta ondata di inquinamento che raggiunse l’Ucraina lungo il corso del fiume. Le autorità ucraine definirono l’episodio un nuovo atto di guerra ambientale. I livelli di ossigeno precipitarono, i pesci morirono a migliaia e l’acqua assunse un colore quasi nero.

«Il fiume sembrava morto», ricorda Chemanov. «Pensavamo che non si sarebbe ripreso prima di cinque o addirittura dieci anni».

Due anni dopo, però, il Seym è tornato a vivere. «La natura ha sorpreso tutti noi», afferma.

Secondo le autorità regionali, la moria di pesci e di altre specie acquatiche sfiorò il 100%. Gli operatori raccolsero e seppellirono oltre 12 tonnellate di pesci morti. I danni ambientali ammontarono a circa 1,5 miliardi di dollari.

In tutta l’Ucraina, l’invasione russa su larga scala ha causato perdite ambientali superiori a 157 miliardi di dollari e ha colpito più di un quarto degli ecosistemi del Paese.

Un uomo osserva un incendio.
Un uomo osserva l’incendio che devasta uno stabilimento per la produzione di vernici e rivestimenti alla periferia di Sumy, nell’Ucraina nord-orientale, dopo un attacco condotto con droni russi il 2 settembre. (Foto di Anna Klochko)

Per gli ambientalisti ucraini, il caso del Seym si inserisce in un quadro più ampio di devastazione causata dalla guerra. L’ecologo ucraino Oleksii Vasyliuk, direttore dell’Ukrainian Nature Conservation Group, documenta da anni episodi di distruzione capaci di cancellare interi ecosistemi e le condizioni che rendono possibile la vita. Vasyliuk definisce questi atti «ecocidio».

Tra gli esempi più evidenti cita la distruzione della diga di Kakhovka da parte della Russia nel giugno 2023. La conseguente alluvione sommerse circa 600 chilometri quadrati della regione di Kherson, mentre il prosciugamento del bacino portò alla luce oltre 1.000 chilometri quadrati dell’antico fondale. Con il rapido svuotamento dell’invaso, la corrente trascinò a valle numerosi organismi acquatici. Altri, che vivevano sul fondo del bacino, rimasero intrappolati sulla terraferma e morirono. L’enorme afflusso di acqua dolce alterò inoltre gli equilibri biologici del Mar Nero, colpendo molte specie proprio durante il periodo della riproduzione.

Sul fondo ormai prosciugato del bacino di Kakhovka, salici e pioppi tipici dell’antica pianura alluvionale del fiume Dnipro hanno iniziato a ricrescere spontaneamente. Secondo Vasyliuk, la superficie occupata da queste nuove foreste potrebbe già superare quella di tutti i boschi piantati in Europa nell’ultimo decennio.

«La natura sa cosa fare», afferma.

Questo, però, non riduce la gravità della catastrofe. Piuttosto, solleva un’altra domanda: ogni ambiente trasformato dall’azione umana deve essere ricostruito esattamente com’era prima, oppure a volte è meglio lasciare che la natura segua il proprio corso?

Alcuni dei danni più pericolosi potrebbero rimanere invisibili. Esplosioni, incendi e la distruzione di siti industriali possono contaminare per anni il suolo e le falde acquifere con sostanze tossiche. I metalli pesanti, inoltre, non scompaiono col tempo: il piombo resta piombo e può continuare a rappresentare una minaccia molto dopo la fine dei combattimenti.

Un uomo e una donna tra le macerie di una casa.
Residenti del villaggio di Myla, nella regione di Kyiv, tra le rovine della loro proprietà. Il 2 settembre un vicino deposito di munizioni è esploso dopo essere stato colpito da un drone russo. Le esplosioni hanno causato 38 vittime e distrutto decine di abitazioni, giardini e frutteti. Aria, suolo e falde acquifere nell’area circostante hanno subito una grave contaminazione dovuta a esplosivi, residui della combustione e ordigni inesplosi. (Foto di Anna Klochko)

Da anni, l’agricoltore Yevhenii Vlasenko lavora per ripristinare la fertilità del suo terreno attraverso l’agricoltura senza aratura. Dall’inizio dell’invasione russa su larga scala, circa dieci droni e missili sono caduti sui suoi campi, incendiando talvolta i residui delle colture.

«Quello che avevo impiegato anni a proteggere poteva essere danneggiato in pochi secondi», racconta.

Vlasenko ha inviato alcuni campioni di terreno per farli analizzare. Un laboratorio biologico sta studiando se sia possibile ripristinare la fertilità del suolo con trattamenti biologici dopo le esplosioni, che possono lasciare metalli pesanti in grado di contaminare le colture.

Una casa può essere ricostruita mentre il terreno su cui sorge resta contaminato. La ricostruzione non significa necessariamente recupero.

I danni ambientali non conoscono confini. L’aria trasporta l’inquinamento, i fiumi diffondono le sostanze contaminanti e il Mar Nero collega tra loro diversi Paesi. Gli uccelli migratori che svernano lungo le coste ucraine possono poi nidificare nel Nord Europa o proseguire il viaggio verso l’Africa.

«Le conseguenze ambientali non possono mai restare circoscritte a un solo Paese», afferma Vasyliuk.

Lungo la linea del fronte, alcuni uccelli sono stati osservati mentre intrecciavano nei loro nidi i cavi in fibra ottica lasciati dai droni, un’ulteriore traccia della guerra che entra nell’ambiente naturale.

Per Volodymyr Sheremeta, responsabile dell’Ufficio per l’Ecologia della Chiesa greco-cattolica ucraina, questa interconnessione ha anche una dimensione spirituale. Il mondo, sostiene, non è semplicemente la casa comune dell’umanità, ma il creato di Dio, dove ogni essere vivente possiede un valore e il danno inflitto a una sua parte finisce inevitabilmente per ripercuotersi sulle altre.

L’immagine richiama le parole di San Paolo nella Lettera ai Romani, dove tutta la creazione «geme». Una metafora biblica che la guerra ha reso drammaticamente concreta, segnando il territorio, le acque e gli ecosistemi dell’Ucraina. Sheremeta definisce questa distruzione «un peccato contro il creato di Dio», oltre che contro le persone e le generazioni future.

Gli attacchi ucraini contro raffinerie e depositi di carburante in Russia sollevano però una complessa questione morale: si può giustificare un danno ambientale quando colpisce infrastrutture che sostengono la guerra dell’aggressore? Secondo Sheremeta, la dottrina della «guerra giusta» impone di valutare sia le intenzioni sia le conseguenze delle proprie azioni. L’Ucraina ha il diritto di difendere la vita umana, sostiene, ma resta comunque tenuta a limitare il più possibile l’impatto sull’ambiente.

«Se è possibile raggiungere lo stesso obiettivo di autodifesa e di tutela della vita umana con minori conseguenze per l’ambiente, allora esiste il dovere morale di scegliere quella strada», afferma Sheremeta.

Nella regione di Zaporizhzhia, la guerra e la perdita del bacino di Kakhovka hanno aggravato una carenza idrica già esistente. Con il sostegno di Caritas Norvegia e un finanziamento di Norad, l’Agenzia norvegese per la cooperazione allo sviluppo, Caritas Zaporizhzhia sta ripristinando sistemi idrici decentralizzati attraverso la riparazione di pozzi e torri d’acqua e l’installazione di impianti di filtrazione, comprese attrezzature per l’unità di dialisi di un ospedale pediatrico. Nelle comunità che hanno accolto un gran numero di sfollati, l’accesso ad acqua sicura può determinare la possibilità per le famiglie di restare e ricostruire la propria vita, anziché essere costrette a trasferirsi ancora una volta.

Pescatori gettano una rete durante una battuta di pesca.
Pescatori gettano una rete durante una battuta di pesca nelle prime ore del mattino sul Mar Nero, nella regione di Odesa. Sebbene la guerra abbia contaminato gran parte del sistema idrico ucraino, gli abitanti del luogo affermano che alcuni corsi d’acqua e bacini stanno mostrando segni di rigenerazione naturale. (Foto di Anna Klochko)

Sheremeta sottolinea che la ricostruzione non può limitarsi a strade ed edifici. Acqua pulita, terreni non contaminati e un ambiente sano sono parte integrante del diritto alla vita e alla salute. Ricostruire in fretta infrastrutture obsolete e dannose per l’ambiente, avverte, significherebbe soltanto perpetuare, sotto un’altra forma, quella che definisce una «violenza contro il creato di Dio».

L’Ucraina dovrà ricostruire ciò che la guerra ha distrutto, ma la ripresa, sostiene Sheremeta, non può essere misurata soltanto dal numero di case e infrastrutture ricostruite. Deve comprendere anche il ripristino degli ecosistemi da cui dipende la vita delle persone.

«Il mondo è un unico organismo vivente, nel quale tutto è interconnesso», afferma.

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