Per la prima volta in tre anni, le campane della Chiesa della Sacra Famiglia di Gaza City sono tornate a suonare per Pasqua. Tra le mura della chiesa, i fedeli non celebravano soltanto una solennità religiosa, ma ritrovavano anche un’espressione fondamentale della loro fede, venuta a mancare per due anni.
Circa 300 persone hanno partecipato alle celebrazioni del fine settimana pasquale. Un numero inferiore rispetto a quello registrato prima della guerra tra Israele e Hamas. Durante il conflitto, infatti, oltre la metà dei cristiani di Gaza ha lasciato la Striscia in cerca di sicurezza.
Il 3 aprile, Venerdì Santo, i fedeli hanno ripercorso la Via Crucis portando una statua del corpo di Gesù. In processione hanno attraversato la chiesa e il cortile interno, ripercorrendo simbolicamente il cammino della Passione secondo una tradizione ispirata ai riti di Gerusalemme.
Le preghiere si susseguivano lentamente, accompagnate da voci sommesse e da un intenso raccoglimento. I volti raccontavano un’esperienza condivisa di dolore e lutto. Alcuni fedeli rimanevano immobili, completamente assorti nella preghiera. Altri mostravano i segni della stanchezza. E, tra un’invocazione e l’altra, il silenzio esprimeva quanto le parole stesse.

Il giorno successivo, il Sabato Santo, l’atmosfera è cambiata sensibilmente. Le donne indossavano abiti eleganti, gli uomini si scambiavano sorrisi discreti e i bambini correvano nel cortile della chiesa, tra risate e giochi, riempiendo ogni angolo di vivacità.
Le campane hanno suonato a lungo per annunciare la risurrezione di Gesù Cristo. Molti parrocchiani hanno raccontato di non aver vissuto un clima simile da anni. Dall’interno della chiesa si levavano con chiarezza le voci della preghiera. Il Padre Nostro risuonava con tono fermo, intenso e sereno, quasi a opporsi alla paura che continuava a incombere all’esterno.
Data la vicinanza della chiesa ai quartieri orientali di Gaza City, in lontananza continuavano a sentirsi le esplosioni: forti, improvvise, inquietanti. A volte i bambini interrompevano i loro giochi, si guardavano attorno con timore e poi, lentamente, tornavano a giocare.
Rivolgendosi ai fedeli, padre Gabriel ha ricordato che la loro vita a Gaza riflette le sofferenze vissute da Gesù. Ha sottolineato che Cristo è risorto dai morti e che, dopo oltre due anni di oscurità, anche le loro vite torneranno a fiorire.
Ha inoltre insistito sulla necessità di restare pazienti e fiduciosi. Nonostante l’incertezza che grava su Gaza e il protrarsi della guerra, ha detto, i fedeli devono continuare a credere nella salvezza.

«Durante la guerra era molto difficile celebrare questi riti nel modo consueto», ha raccontato a ONE George Anton, responsabile delle operazioni del Patriarcato Latino di Gerusalemme a Gaza. «Eravamo sotto i bombardamenti e circondati. Non c’era spazio per una vera gioia. Le persone vivevano nei rifugi e persino cogliere il significato della festa risultava difficile.
«Quest’anno, però, la situazione è diversa. C’è una certa stabilità e la gente può tornare a celebrare, anche se la tristezza resta ancora presente», ha aggiunto.
Prima di accendere le candele per la Veglia pasquale del Sabato Santo, il parroco, padre Gabriel Romanelli, ha ricordato ai presenti che la Pasqua celebra la vita nuova ed è un segno di speranza. Ha parlato della realtà che la popolazione continua a vivere ogni giorno: nonostante la tregua, si continua a morire. Ha quindi rivolto un appello per la pace e la giustizia, sottolineando che gli abitanti di Gaza hanno il diritto di vivere con dignità. Il suo messaggio era semplice e diretto: la speranza è ancora possibile.

Mentre venivano accese le candele, la chiesa si riempiva lentamente di luce. Una fiamma passava da una candela all’altra, finché l’intera navata risplendeva. I volti si distendevano. L’atmosfera si faceva profondamente raccolta e, per un momento, la vita a Gaza sembrava più silenziosa, più calda.
In un angolo della chiesa, durante il Sabato Santo, Lina Masoud, farmacista di Gaza, ha acceso una candela. Ha sollevato leggermente le mani e ha sussurrato una preghiera, chiedendo a Dio di portare luce nella sua vita, proprio come quella piccola fiamma che brillava davanti a lei. Poi ha sorriso. Un gesto semplice, ma carico di significato.
«Durante i due anni di guerra, le celebrazioni erano praticamente inesistenti. Si celebrava soltanto la Messa e persino gli scambi di auguri erano ridotti al minimo», ha raccontato il parrocchiano Milad Ayad. «Oggi cerchiamo di riportare la festa, anche in forma semplice. C’è un po’ di gioia, ma il dolore per tutte le persone che abbiamo perso non ci abbandona».
Anche Elias Al-Jalda ha espresso un sentimento simile.
«È come se stessimo ripercorrendo ancora una volta la via della sofferenza, come se la storia di Cristo si stesse compiendo ai nostri giorni», ha spiegato. «Questo è un momento per richiamare la coscienza del mondo. Abbiamo il diritto di vivere una vita normale, come tutti gli altri».