Mentre scrivo questo contributo, che conclude la serie di CNEWA dedicata al Tempo del Creato, giunto oggi, 4 ottobre, al termine, assisto dalla finestra della mia biblioteca all’abbattimento di un altro albero sano e maturo del mio quartiere. Un tempo, la zona era caratterizzata da maestose querce, pioppi, aceri e abeti. Purtroppo, oggi non è più così.
Nella cultura dello spreco che contraddistingue la nostra società, la cura del creato non è più una priorità. Nel migliore dei casi è considerata un’incombenza scomoda; nel peggiore, un atteggiamento woke. Come scriveva papa Francesco nella sua storica enciclica Laudato si’, la Terra «ora grida a noi per il male che le provochiamo a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei».
«Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). Dimentichiamo che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora».
Intitolata Sulla cura della casa comune, l’enciclica di papa Francesco fu pubblicata nel 2015, nella solennità di Pentecoste. Il documento si rivolge non solo ai cattolici, ma anche a tutti i cristiani e alle persone di buona volontà. La Terra, infatti, è la casa che condividiamo.
«Tra il 1994 e il 1998, abbiamo organizzato una serie di seminari sull’isola di Halki, al largo di Istanbul, in Turchia», scrisse il patriarca ecumenico Bartolomeo I sulla rivista Time, in occasione della pubblicazione dell’enciclica. «In quelle occasioni, abbiamo sottolineato lo stretto legame tra ecologia ed economia».

«Entrambi i termini condividono la radice greca oikos, che significa “casa”. Per questo non ci ha sorpreso che il nostro amato fratello Francesco di Roma abbia aperto la sua enciclica, presentata oggi nella Nuova Aula del Sinodo in Vaticano, con un riferimento al creato di Dio come “casa comune”.
«Non ci ha sorpreso neppure che Papa Francesco abbia sottolineato la dimensione ecumenica della cura del creato. Anche il termine “ecumenismo”, infatti, condivide la stessa origine etimologica delle parole “ecologia” ed “economia”.
«La verità è che, al di sopra delle differenze dottrinali che caratterizzano le diverse confessioni cristiane e al di là delle divergenze religiose che separano le varie comunità di fede, la terra ci unisce in modo unico e straordinario. Tutti noi condividiamo il suolo che calpestiamo e respiriamo la stessa aria dell’atmosfera del nostro pianeta. Anche se non usufruiamo delle risorse del mondo in modo equo e giusto, tutti siamo responsabili della sua tutela e della sua conservazione.
«Per questo l’enciclica papale pubblicata oggi parla della necessità di “un nuovo dialogo”, di “un percorso educativo” e di “un’azione urgente”».
È urgente intervenire. Come mostrano gli articoli di questa serie dedicata al Tempo del Creato, le risorse della nostra casa comune sono sempre più sfruttate e distrutte. La flora, la fauna, l’aria che respiriamo e l’acqua che beviamo sono trattate come beni da controllare, negare o depredare. Questa cultura, basata sulla logica secondo cui qualcuno può vincere solo a discapito di qualcun altro, si è ormai radicata nel mondo e nelle nostre società. Le sue conseguenze si estendono dalla Cisgiordania a Gaza, dall’Ucraina all’Etiopia, dal Libano all’India.
+ Kyrie Eleison +
Mentre i governi smantellano le politiche volte a proteggere la nostra casa comune e gli eserciti avvelenano le nostre terre per conquistare potere e dominio, papa Francesco ci ricorda che «non tutto è perduto». «Gli esseri umani, capaci di degradarsi fino all’estremo, possono anche superarsi, ritornare a scegliere il bene e rigenerarsi, al di là di qualsiasi condizionamento psicologico e sociale che venga loro imposto».
«Sono capaci di guardare a sé stessi con onestà, di far emergere il proprio disgusto e di intraprendere nuove strade verso la vera libertà. Non esistono sistemi che annullino completamente l’apertura al bene, alla verità e alla bellezza, né la capacità di reagire, che Dio continua ad incoraggiare dal profondo dei nostri cuori. Ad ogni persona di questo mondo chiedo di non dimenticare questa sua dignità che nessuno ha diritto di toglierle».
Amen.